Stato Islamico, Libia: al Baghdadi nominato capo del Califfato di Derna

Derna, l’ex provincia italiana, proclama al Baghdadi leader del Califfato della città. Ciò rende evidente che la riconquista di Bengasi, da parte dei filogovernativi, non è affatto l’inizio del declino jihadista

Abu Bakr al Baghdadi è stato proclamato capo del Califfato di Derna, città all’est della Libia controllata dai jihadisti. Tuttavia, la nomina si è svolta in un clima di forte di tensione, che riflette bene la deriva di sangue che ha investito lo Stato nord-africano: una bomba artigianale è esplosa contro la tribuna del Consiglio della gioventù islamica, affiliata allo Stato Islamico (Is).

Da quando le truppe islamiste sono entrate a Derna, inneggiando all’autoproclamatosi Califfo al Baghdadi, hanno tentato di imporre la sharia, compreso il tribunale islamico. Per il momento, non tutti sembrano inclini ad obbedire agli ordini dei miliziani, ma pare che la situazione si vada stabilizzando a loro vantaggio.

Che l’Is sia diventata parte attiva nella guerra civile libica non è certo un mistero. Il Califfato ha stretto alleanze con tutte le milizie jihadiste sul campo nel Maghreb, compresa la fortissima Ansar al Sharia. L’obiettivo non è solo quello di ricostruire i confini di quella che fu la Grande Siria, ma anche di promuovere una nuova unità araba che includa anche paesi come l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria.

Certo è che la nomina di ieri dovrebbe indurre le potenze occidentali, e in particolare l’Italia, a riflettere. Derna si trova sulla costa orientale della Libia, non distante dal confine egiziano. La città fu provincia italiana durante l’occupazione coloniale e si affaccia sul Mediterraneo, a pochi km di mare dalla Grecia e dalla nostra Sicilia. Ovviamente, questo non vuol dire che nel breve periodo ciò possa rappresentare una minaccia. Ma allo stesso tempo, non bisogna sottovalutare le conseguenze di un consolidamento del potere dell’Is su una fetta consistente del territorio libico. In questa prospettiva, la guerra Nato contro l’ex rais Mu’ammar Gheddafi, oltre a non aver portato nessun progresso per le popolazioni, potrebbe diventare un serio rimpianto per l’Italia e un pericolo per tutti paesi europei del mediterraneo.

Come si vede la riconquista di Bengasi, annunciata ieri, da parte delle forze filogovernative non è affatto l’inizio di un declino dei jihadisti. Il paese rimane spaccato in due con due parlamenti e due governi, mentre i miliziani islamisti, aiutati dal Qatar, dall’Algeria, dalla Turchia e dall’Is non hanno alcuna intenzione di cedere.

Inoltre, è facile prevedere che non si arriverà in tempi brevi ad un cessate il fuoco (come auspicato dai governi occidentali, tra cui l’Italia), perché, come è sempre più palese, siamo difronte ad un conflitto regionale. Non ci sono solo gli Stati sopracitati a sostenere le milizie islamiste, sull’altro fronte paesi come Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi offrono supporto economico e militare al governo legittimo, in esilio a Tobruk. Il loro scopo è di annientare il diffondersi dell’avanzata delle forze jihadiste “internazionaliste” che sono una minaccia per la loro sovranità e per il controllo delle risorse petrolifere.

Infine, bisogna notare che in questo momento Ansar al Sharia e le altre milizie hanno ancora in mano Misurata e non è detto che dopo un periodo di difficoltà non riescano a riconquistare le posizioni perse. Ciò potrebbe concretizzarsi a seconda di vari fattori a livello internazionale. Se ad esempio nel Sinai, in questo momento dichiarato in stato di emergenza, il governo egiziano del generale Abdel Fattah al-Sisi dovesse far fronte ad una rinnovata offensiva islamista, si troverebbe costretto ad un parziale disimpegno sul fronte libico. E ciò, inevitabilmente, avvantaggerebbe i miliziani ribelli.

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