Quel pasticciaccio brutto di Province e Città metropolitane

Il voto è “secondario”

di

Ieri si è votato, in Italia. Sì, c’è stata una tornata elettorale, anche se la maggior parte degli aventi diritto alle elezioni “normali” non se ne sarà accorta. Per la prima volta sono stati eletti i Consigli metropolitani di alcune città metropolitane. E per la prima volta ci sono state elezioni di Presidenti e Consigli provinciali dopo la teorica abolizione delle Province.

Delle città metropolitane si parla da molto, dell’abolizione delle Province pure. Alla fine è arrivata la Legge n. 56/2014 “Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle Unioni e fusioni di Comuni” (GU n. 81 del 7 aprile 2014), approvata dall’Aula Senato con voto di fiducia il 26 marzo 2014 e definitivamente dall’assemblea della Camera dei Deputati il 3 aprile 2014. È la cosiddetta Legge Delrio. Che completa il percorso per l’istituzione delle Città metropolitane e, in assenza di riforme costituzionali non abolisce le Province ma le rende, come le “colleghe metropolitane”, enti i cui rappresentanti vengono eletti con suffragio secondario. [La “falsa abolizione delle province è ben spiegata su Valigiablu. La tornata elettorale la seguiamo per Blogo: Elezioni dei Consigli metropolitani – Elezioni provinciali 2014].

Traduciamo: possono votare solamente consiglieri e sindaci in carica (o consiglieri provinciali uscenti, nel caso delle province).

I media “mainstream” hanno fondamentalmente ignorato la prima parte della tornata elettorale, nonostante si siano eletti i presidenti e i consigli di cinque province (Bergamo, Lodi, Sondrio, Taranto, Vibo Valentia) e i Consigli di quattro città metropolitane: tagli bassi sui cartacei e sugli online, assenza quasi totale dai sommari delle edizioni dei Tg. La “notizia” è stata ritenuta dall’agenda mediatica “non notiziabile”. E, a riprova del fatto che se i grandi gruppi ignorano un evento, di quell’evento poco o nulla si saprà e si vorrà sapere, l’interesse per l’argomento è pressoché nullo: è facile accorgersene, online. Poche ricerche “organiche” (cioè, sui motori di ricerca), poche interazioni “social” sul tema.

Chi voleva, come noi, fare copertura dell’evento doveva affidarsi alla stampa locale, perché nella maggior parte dei casi i siti degli enti coinvolti dal processo elettivo non erano (e non sono ancora, mentre scrivo) aggiornati.

È evidente come il processo in atto continui l’opera di desertificazione della sfera pubblica e della partecipazione del cittadino (già messa a dura prova, sfiancata, fiaccata, come testimoniano le affluenze progressivamente calanti alle tornate elettorali a suffragio universale), nell’opera di opacizzazione della politica, sempre più staccata dalla realtà, sempre più isolata. Che senso ha che un rappresentante locale sia eletto da poche centinaia di persone già elette? Che senso ha che non si pubblicizzi a dovere la cosa?

È altrettanto evidente che le regole per la raccolta delle firme e la presentazione delle candidature e la necessità di accorpamenti per arrivare ai “quorum” proseguano la strada delle larghe intese e dello svuotamento totale dei contenuti. Ci sono liste sostenute da Pd-Forza Italia-Ncd, veri e propri abomini politici. Come se i nomi fossero soltanto delle etichette di facciata, come se sotto al marchio ci fosse sempre lo stesso contenuto. Cosa che agevola, fra l’altro, la retorica antipolitica e qualunquista del “tutti uguali”).

Per il governo Renzi, questo sarà anche un successo economico – anche se tutti questi risparmi andrebbero quantificati a consuntivo, non preventivati e sbandierati come reali. Per esempio, l’Unione delle Province fa calcoli molto diversi da quelli del governo chiacchierone –, sicuramente è stato un successo mediatico. Ora che non conviene tirare in ballo la questione, perché vaglielo a spiegare, agli elettori, che ci sono Presidenti di Provincia eletti ieri che fanno proclami e parlano di politica oggi, tutto passa sotto silenzio o quasi.

Per qualcuno sarà anche un successo. Per la politica, questa storia è un pasticcio brutto, un’aberrazione. Una sconfitta.