Il Partito Democratico rischia la scissione?

La riforma del lavoro e l’insofferenza nei confronti di Matteo Renzi potrebbero portare alla spaccatura definitiva.

Secondo alcuni, la scissione del Partito Democratico sarebbe anche un bene. Per il momento limitiamoci a dire che lo scontro in corso sulla riforma del lavoro – con tanto di possibile convocazione di un referendum tra gli iscritti per decidere che fare dell’articolo 18 – potrebbe effettivamente portare alla spaccatura definitiva. A tutti è chiaro quanto siano distanti le posizioni su determinate materie tra Renzi e la minoranza della sinistra Pd, e se tra queste materie entra anche l’argomento principe della sinistra, il lavoro, allora il rischio che il giochino si rompa c’è tutto.

Per capire se questo davvero accadrà, bisogna però aspettare la direzione nazionale di lunedì e anche attendere che la riforma del lavoro arrivi al suo compimento. Se il governo continuerà a forzare la marcia, magari imponendo addirittura un voto di fiducia, allora la possibilità che Bersani, Fassina, Cuperlo e compagnia si sfilino c’è tutta. Se per lunghissimo tempo si è parlato della possibilità che fosse Renzi a lasciare il Pd (cosa da Renzi sempre negata, e infatti il Pd se l’è preso); oggi sono gli esponenti della vecchia classe dirigente, nel caso, a dover levare le tende. Ma per andare dove?

E qui arriviamo al punto della “scissione del Pd che sarebbe anche un bene”; come ha detto, tra gli altri, anche Giovanni Floris ieri a Ottoemezzo. Una rottura del Pd, infatti, sarebbe un bene per la sinistra, che a quel punto darebbe vita un partito probabilmente più consistente di quanto non sia Sel oggi; e sarebbe un bene anche per il Pd, che sotto la guida di Renzi si troverebbe con delle praterie a destra dove fare man bassa di voti. Insomma, si potrebbe anche assistere a un generale spostamento a sinistra di voti.

In tutto questo, la sinistra Pd avrebbe una nuova ragion d’essere (che proprio di stare in minoranza non se la sente), unendo le sue forze a Sel, andando a intercettare quella galassia di outsider (in primis Pippo Civati) che non ha un vero e proprio punto di riferimento e permettendo così di emergere anche al progetto politico, ancora sotto traccia, di Maurizio Landini, leader della Fiom. “Stella polare” di tutto ciò, sarebbe Stefano Rodotà, e non è da escludere che la cosa possa attirare qualche forza del Movimento 5 Stelle.

La domanda che sorge spontanea è: quanti voti prenderebbe un movimento del genere? Il Pd si spacca sul lavoro, sull’articolo 18 e la sinistra ritrova una sua unità sui temi a lei più cari. Quello che c’è da capire, però, è quanti lavoratori, soprattutto tra i giovani, siano ancora interessati all’articolo 18. E non guardino magari con più attenzione alla possibilità che anche in Italia prenda piede un modello tedesco. C’è di più: ma perché per la sinistra italiana è impossibile restare unita? Mi spiego meglio: oggi Renzi è il segretario, oltre che il premier, e quindi decide lui la linea del partito. La minoranza non è d’accordo? Faccia le sue battaglie senza spaccare l’esecutivo (il che significa che alla fine si vota tutti assieme), tanto più che, con le primarie ormai istituzionalizzate, ci sarà presto un’occasione per prendersi la rivincita. Nel Partito Democratico americano le cose funzionano così, in Italia invece c’è ancora la sindrome della sinistra spezzatino.

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