Il Partito Democratico e il referendum sull’Articolo 18

La mossa della minoranza Pd per provare a frenare Matteo Renzi.

Come prevedibile, l’articolo 18 e la sua cancellazione (o comunque profonda revisione) prevista nel jobs act sta portando ancor più in superficie la distanza tra quella parte di Pd che segue Matteo Renzi e la “vecchia guardia” legata ai sindacati. Un problema non da poco per il premier, che per far approvare la sua riforma del lavoro ha bisogno, ovviamente, dei voti della truppa parlamentare del Pd. Peccato che questi parlamentari siano stati eletti quando il segretario del partito era Pierluigi Bersani, e che al netto dei riposizionamenti alcuni calcoli indicano in 110 i deputati e senatori che fanno ancora riferimento all’ex leader democratico.

Troppi “nemici” interni per pensare di far passare una norma così sgradita alla corrente di Area Riformista. Una situazione che il premier pensava di disinnescare attraverso la direzione nazionale di lunedì prossimo: “Si vota e poi tutti si attengono a quanto deciso”. La mossa – al netto di quanti comunque non voterebbero mai il jobs act così com’è – potrebbe anche avere chance di funzionare. Se non fosse che i bersaniani hanno subito trovato la contromossa: il referendum che coinvolge gli iscritti.

Non si tratta di una boutade, visto che l’articolo 27 dello Statuto del Partito Democratico prevede la “consultazione vincolante dei tesserati su temi di grande rilevanza”. E per la sinistra italiana ci sono ben pochi temi più rilevanti del lavoro in generale e dell’articolo 18 in particolare. Certo, per il momento si tratta solo di un’idea, che potrebbe venir presto accantonata nel caso in cui le trattative in corso e le aperture da parte dei sindacati (Cisl e Uil, non la Cgil ormai lanciata verso gli scioperi) portassero a un’intesa; ma in caso contrario ecco che il referendum potrebbe davvero venire indetto.

Se così fosse, sarebbe difficile per Renzi tirarsi indietro, essendo la legittimazione popolare una delle sue armi preferite (almeno finché non ha deciso di diventare presidente del Consiglio senza passare da elezioni). Ma la sinistra Pd è davvero così sicura che quel referendum la vedrebbe vincitrice? Certo, i tesserati sono in larga parte militanti di vecchia data – e quindi legati più alla vecchia guardia -; ma è anche vero che il mondo della sinistra sta cambiando, e non sono pochi i giovani che vivono con fastidio la difesa a oltranza dell’articolo 18 – del quale molti precari, finte partite iva ecc. non sanno che farsene – e la mancanza di incisive proposte da parte della stessa minoranza Pd per cambiare la situazione dei lavoratori che di diritti non ne hanno neanche l’ombra. Il referendum, se davvero ci sarà, potrebbe essere l’occasione per capire qual è il peso elettorale delle diverse anime del Partito Democratico. E non è da escludersi che possa fare anche da viatico per la rottura del Pd stesso o per le elezioni anticipate nel 2015.

PDPD

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