“Referendum” per l’indipendenza della Catalogna: più dell’80% dei votanti ha detto sì

Il referendum è considerato soltanto “simbolico” perché per Madrid non ha alcun valore legale.

10 novembre – Aggiornamento di Lucia Resta

Sono stati oltre due milioni, alla fine della giornata di ieri, i catalani che si sono presentati alle urne per il referendum “simbolico” (perché non ha alcun valore legale) sull’indipendenza della Catalogna e l’80,72% dei votanti ha detto sì.
I dati, su quasi il 90% dei voti scrutinati, sono stati resi noti dalla vicepresidente della Generalitat Joana Ortega che, nel corso di una conferenza stampa a Barcellona, ha spiegato che solo il 10,11% ha detto sì alla prima domanda (sull’ipotesi di dare lo statuto di nazione alla Catalogna) e no alla seconda (sull’ipotesi concedere l’indipendenza alla Catalogna), mentre il doppio no ha avuto solo il 5,5% e le schede bianche sono state il 9,56%.

Ovviamente la vittoria a stragrande maggioranza del sì è dovuta al fatto che a votare sono stati soprattutto, anzi quasi esclusivamente, gli indipendentisti. A votare sono stati circa un terzo degli aventi diritti.

A metà giornata già più di un milione di elettori alle urne

9 novembre – Aggiornamento di Daniele Particelli

In quest’unica giornata di consultazioni i cittadini catalani hanno dimostrato di avere un grandissimo interesse a far conoscere la propria opinione. Alle 13 di oggi si erano già recati a votare 1.142.910 di catalani, poco meno di quelli che alle ultime elezioni europee avevano raggiunti i seggi alla stessa ora.

La consultazione si stanno svolgendo senza problema di alcun genere e, nonostante l’opposizione del Governo centrale, le autorità locali hanno già fatto sapere che non identificheranno i tanti volontari che stanno aiutando nella gestione dei seggi.

Domani si vota per la consultazione simbolica

8 novembre – Aggiornamento di Guido Del Duca

Domani è il giorno della grande consultazione per l’indipendenza della Catalogna, ma non chiamiamola referendum perché quello è stato bocciato dalla Corte Costituzionale spagnola. Ciononostante Artur Mas, presidente della Generalitat catalana dal 2010, ha voluto che i cittadini della Catalogna andassero comunque alle urne per quello che sarà, con ogni probabilità, un plebiscito, e che Mas ha definito “un processo di deliberazione popolare”.

In realtà anche la consultazione simbolica è stata bocciata dalla Corte, proprio questa settimana, perché si tratta di un istituto non previsto dalla Costituzione, ma la macchina organizzativa è ormai avviata e domani quasi tutti i comuni della regione ospiteranno seimila seggi. Il risultato non avrà nessun valore legale o di indirizzo, ma sarà la cartina tornasole per tutti i movimenti indipendentisti europei (in Italia sostengono il referendum la Lega e gli indipendentisti sardi, per esempio). Anche l’affluenza sarà però un indicatore importante per il risultato.

Sulla scheda elettorale chi andrà alle urne troverà due quesiti: “Vuole che Catalogna sia uno Stato?” e “In caso affermativo, vuole che questo Stato sia indipendente?”. Votando no al primo quesito si mantiene lo status quo. Votando sì al primo quesito e no al secondo, si chiede una riforma in senso federalista, votando sì a entrambi i quesiti si vuole la secessione della Catalogna dalla Spagna.

La posizione del governo spagnolo

Aggiornamento 14 ottobre: Non ci sarà più il referendum del 9 novembre, ma Artur Mas non vuole rinunciare al voto. I piani del Governo di Catalogna erano stati bloccati dalla Corte Costituzionale: dopo il ricorso del Governo spagnolo, la Corte aveva sospeso – in attesa della sentenza – il decreto catalano sul referendum.

Negli ultimi giorni Artur Mas, il presidente della Generalitat, ha preso tempo per decidere insieme ai partiti alleati il da farsi dopo la sospensione del decreto. Giorni complicati, sia per l’obiettiva difficoltà di trovare la via di uscita in una strada ormai bloccata dalla Corte Costituzionale, sia per la divergenza con ERC, Esquerra Republicana de Catalunya, che chiedeva a Mas di forzare lo scontro col governo centrale.

Le risposte attese sono state fornite da Artur Mas in una lunga conferenza stampa tenuta stamattina in cui annuncia che il 9 novembre i Catalani andranno sì alle urne, ma per un voto “non definitivo, di forma diversa rispetto a quello previsto dal decreto “bloccato” dalla Corte Costituzionale. Non ci sarà un registro dei votanti, e le urne saranno poste solo in locali della Generalitat. Mas conferma che si tratta di “una consultazione alternativa, che non possiamo considerare come referendum definitivo“, una sorta di sondaggio popolare, solo un primo passo “per non tornare indietro” e proseguire la battaglia contro “il nemico, lo stato spagnolo“.

Ora più che mai abbiamo bisogno della gente, le urne saranno aperte e così vogliamo continuare a guardare avanti“, dice Mas, spiegando poi che le domande del sondaggio saranno le stesse che erano previste per il referendum.

Ma qual è il piano di Mas per il dopo-9 novembre? Il presidente della Generalitat scarta l’ipotesi della dichiarazione unilaterale di indipendenza, caldeggiata dagli alleati di ERC e che ha causato uno scontro nella notte di ieri, come confermato oggi dallo stesso Mas (“non c’è accordo tra i partiti”). Mas spiega di volersi muovere nella legalità e che dunque l’unico modo per avere una consultazione definitiva è quello di celebrare in Catalogna elezioni anticipateche i partiti trasformino in un referendum“. Le elezioni potrebbero avere valore di referendum nel momento in cui i partiti indipendentisti si propongano in una lista comune indicando l’istanza di indipendenza nel proprio programma. Una soluzione che però sembra lontana, anche a causa dalla frattura che si sta consumando tra CiU e ERC.

E sul voto, ormai sempre meno carico di valori, del 9 novembre, bisogna attendere la nuova reazione del governo Rajoy che presumibilmente tenterà di bloccare anche la “consultazione non definitiva” lanciata oggi.

(aggiornamento di Alessandro Guerra)

Anche la Catalogna vuole il suo referendum

15 settembre 2014

Cosa ha spinto quasi due milioni di persone (o mezzo milione, secondo le stime del governo Rajoy) a riempire le due principali arterie del centro di Barcellona, la Diagonal e la Gran Vía, per chiedere la celebrazione di un referendum per l’indipendenza della Catalogna? Perché la partecipazione alla manifestazione di due giocatori del Barça, Gerard Piqué e Xavi Hernández, ha provocato migliaia e migliaia di commenti (quasi mai benevoli) nei social media spagnoli? Cosa succederà il prossimo 9 novembre?

Proviamo a spiegare la posta in gioco partendo dall’inizio, dalla Diada dell’11 settembre che quest’anno aveva un significato del tutto particolare. Ricorreva infatti il tricententario della sconfitta catalana ad opera delle truppe castigliane e francesi, ultimo colpo di coda della guerra di Successione Spagnola. La sconfitta dell’11 settembre 1714 segnò, per Barcellona, la perdita di libertà civili e politiche ed è un trauma sul quale l’indipendentismo catalano ha costruito buona parte del suo universo simbolico.

Soldi e cultura, i motivi dello scontro

In termini pratici, però, l’aspirazione catalana all’indipendenza ha motivazioni più legate all’economia di quanto non ne abbia con il proposito di riparare un torto della storia. Un deficit fiscale con il governo centrale di 16 miliardi di euro, dubbie scelte di politica industriale spagnola (per esempio l’insistenza di Madrid nel far passare dalla capitale una linea ferroviaria ad alta velocità finanziata dall’UE e destinata ad unire le principali città del Mediterraneo), oltre ai limiti posti alla spesa delle comunità autonome (più rigidi di quelli imposti al governo centrale) fanno sì che a Barcellona sia difficile separare le conseguenze della crisi economica da quelle del centralismo politico.

E se ai motivi economici si aggiungono altre questioni più squisitamente politiche, è più facile capire come mai, da tre anni a questa parte, il livello dello scontro sia cresciuto progressivamente. La pietra dello scandalo è stata la LOMCE, o semplicemente Legge Wert, dal nome del ministro spagnolo dell’Educazione, che ha ridimensionato i poteri delle comunità autonome in ambito educativo, tra le altre cose riducendo le ore di lingua catalana, galiziana o basca impartite a scuola. La politica educativa del Partido Popular, che gli indipendentisti definiscono ri-centralizzatrice, ha ricevuto un chiaro sostegno dal potere giudiziario e in particolare dal Tribunale Supremo di Giustizia della Catalogna (TSJC) con due importanti sentenze (aprile 2013 e gennaio 2014) contro il sistema educativo catalano.

Tale modello si basa sulla cosiddetta “immersione linguistica”, ossia sull’utilizzo prevalente del catalano nell’insegnamento della maggior parte delle materie. In questo sistema lo spagnolo riceve uno spazio di poco superiore rispetto a quello riservato all’inglese: l’ultima sentenza del TSJC obbligherebbe la Generalitat ad aumentare la presenza della lingua spagnola nei programmi educativi e portarla a un 25% sul totale delle ore di lezione.

I catalanisti (indipendentisti o meno) obiettano che in una società essenzialmente bilingue alla fine del processo formativo non esiste una chiara differenza tra il livello di conoscenza dello spagnolo di un ragazzo di Barcellona e quello di uno di Siviglia o di altre città della Spagna.

La triste fine del pujolismo

Il conflitto Barcellona-Madrid ha raggiunto la massima intensità lo scorso luglio, quando Jordi Pujol, per 23 anni “President” della Generalitat, ha riconosciuto la titolarità di una serie di conti correnti ad Andorra attraverso i quali avrebbe nascosto un’eredità al fisco spagnolo da 4 milioni di euro. Come capita spesso in questi casi, l’ammissione di colpa non ha convinto nessuno e ha gettato ancora più ombre sull’immenso patrimonio di Pujol e dei suoi figli, di gran lunga superiore all’importo dell’ipotetica eredità. Un eredità, sia detto per inciso, sconosciuta alla stessa sorella di Pujol e che, per motivi poco chiari, sarebbe andata alla moglie dell’ex politico.

Nei giorni scorsi il ministro delle Finanze, Cristobal Montoro, è comparso in Parlamento per spiegare, in un’audizione irrituale, i dettagli del «caso Pujol» e per manifestare l’impegno del Governo centrale nella lotta contro l’evasione fiscale. L’opposizione non ha perso l’occasione di far notare il doppiopesismo dell’intervento: uno zelo, quello di Montoro, mai visto in occasione di altri scandali che hanno recentemente minato la reputazione del primo partito spagnolo. I tatticismi, o ipocrisia che dir si voglia, paiono più che giustificati in questo caso. La campagna mediatica contro il “clan Pujol” è stata un duro colpo per la società civile catalana che ha visto cadere con infamia uno dei potenziali padri della patria.

La sensazione ora è che il conflitto avesse raggiunto un punto di non ritorno già nell’aprile 2011, quando Pujol, moderato e gradualista, “Spagnolo dell’anno” nel 1984, rivelò il suo sostegno alla causa indipendentista. La reazione all’annuncio sarebbe arrivata tre anni più tardi sotto forma di rottura del patto di omertà tra le classi dirigenti statali e quelle catalane e non è chiaro fino a quali estreme conseguenze. È possibile che il prossimo a rendersene conto sia lo stesso Artur Mas, attuale presidente della Generalitat, e indagato per possibili reati tributari (evasione fiscale e riciclaggio di denaro) all’interno della trama ordita dal suo padre politico, Jordi Pujol.

Ambiguità, ma ancora per poco

Nel frattempo il partito di Mas (Convergencia i Unió, CiU) continua a sostenere la necessità di un referendum, il prossimo 9 novembre, per decidere il futuro con due quesiti (Vuoi che la Catalogna diventi uno Stato? In caso di risposta affermativa, vuoi che questo Stato sia indipendente?) ma da una posizione certamente ambigua. Se la Asemblea Nacional Catalana (l’associazione promotrice del referendum) sostiene che la Consulta deve essere vincolante, diversi rappresentanti di CiU dichiarano di vederla come consultiva, e se Oriol Junqueras, leader del partito della sinistra catalanista, si dice disposto a reagire con la disobbedienza civile nel caso in cui il Tribunale Costituzionale spagnolo non consenta la celebrazione del referendum, Joana Ortega, vicepresidente della Generalitat, ricorda che la legge va rispettata in uno stato di diritto.

La Catalogna, evidenziata in rosso, nella cartina della Spagna

Gli sviluppi delle vicende politiche delle prossime settimane spazzeranno necessariamente le ultime ambiguità e obbligheranno Mas e i suoi a decidere il dafarsi nella più che probabile ipotesi che il governo centrale blocchi, con tutti i mezzi a sua disposizione, la celebrazione del referendum. L’iter sembra già deciso: il 19 settembre il Parlamento catalano approva la legge che consentirebbe la Consulta, il giorno dopo Madrid sospende l’applicazione della legge attraverso il Tribunale Costituzionale. A partire da quel momento si aprono una serie di scenari nei quali trovano posto la sospensione dell’autonomia catalana, la disobbedienza civile di Junqueras e l’internazionalizzazione del conflitto.

Gli occhi puntati sulla Spagna, l’unica certezza del futuro

Proprio il fattore internazionale è destinato a diventare decisivo. Attualmente, nonostante gli sforzi della Generalitat per ottenere appoggi internazionali, il governo di Rajoy si trova in una posizione di indubbio vantaggio della quale gli indipendentisti non possono che essere consapevoli. Nelle ultime settimane hanno ricevuto segnali poco incoraggianti provenienti dall’UE, su tutti il sostegno di Merkel alle politiche (sforamenti compresi) del governo del PP.

È vero che i media anglosassoni, soprattutto quelli britannici per motivi storici e geopolitici, danno un grande risalto alle rivendicazioni catalane, ma è ancora vivo il ricordo del voltafaccia inglese quando, all’indomani del Trattato de Utrecht del 1713 i catalani decisero di rifiutare gli accordi di pace e di continuare a lottare contro i Borboni. Contarono con il sostegno di Londra e le cose andarono come andarono. Oggi la storia potrebbe ripertersi, o no, molto dipenderà dai nervi saldi della controparte “unionista”, i difensori dell’unità della Spagna. Dichiarazioni come quelle del presidente della comunità autonoma della Rioja, che pochi giorni fa lanciava minacce di morte agli indipendentisti possono paradossalmente essere più utili alla causa della Catalogna di quasi due milioni di persone in piazza. È in gioco la reputazione internazionale della Spagna, faticosamente raggiunta dopo 36 anni di democrazia.