Isis conquista l’aeroporto di Tabqa in Siria: il fronte siriano della Jihad è a un bivio

Lo scorso 24 agosto lo Stato Islamico ha conquistato l’aeroporto militare siriano di Tabqa: un grave colpo inferto all’esercito di Assad, il regime di Damasco rischia il tracollo e la Jihad avanza verso il Mediterraneo

La presa dell’aeroporto militare siriano di Tabqa (160km da Aleppo, nel nord della Siria) da parte dei jihadisti dell’Isis, che hanno inglobato nello Stato Islamico anche il territorio adiacente al lago Assad, potrebbe rappresentare la chiave di volta del fronte occidentale della Jihad guidata dal Califfo Ibrahim, Abu Bakr al-Baghdadi.

Dopo giorni di assedio, durante il quale hanno perso la vita oltre 350 miliziani dello Stato Islamico e “solamente” 190 militari, la base è caduta nelle mani dell’Isis, che ha sequestrato alcuni nemici, giustiziando in mezzo al deserto tutti gli altri.

Nel video in testa a questo post, che potete vedere cliccando qui (le immagini non sono particolarmente cruente ma ne sconsigliamo ugualmente la visione a chi è impressionabile), si vedono le ultime fasi della conquista dell’aeroporto militare, considerato “strategico” per ambo le parti in conflitto.

La conquista di Tabqa da parte dello Stato Islamico rappresenta, dicevamo, una probabile chiave di volta nel fronte occidentale della Jihad: tra Tabqa e Latakia, il principale porto mediterraneo siriano dal quale sono partite le navi cariche di armi chimiche dirette prima in Spagna e poi a Gioia Tauro, ci sono infatti poco più di 300km di strada in mezzo al deserto (tra Mosul e Raqqa ce ne sono oltre 600). In Siria il nemico numero uno dello Stato Islamico è sempre stato il regime di Bashar al-Assad, che a Latakia e nella costa occidentale del paese ha il “nocciolo duro” del consenso politico: Assad è infatti alawita, una minoranza musulmana fortemente radicata nell’ovest della Siria. Un vero e proprio “clan” religioso nel quale i gradi di parentela rappresentano anche “le stellette”, e quindi il peso politico, dei suoi esponenti.

300 km che potrebbero segnare la fine del sostegno alawita al regime di Assad e, di conseguenza, la fine dello stesso regime e la caduta della Siria nelle mani dello Stato Islamico: di fatto, in meno di un anno Assad è diventato da sanguinario esecutore del suo stesso popolo (e continua ad esserlo) a vittima, obiettivo numero uno della Jihad in Siria. Il video che vi proponiamo racconta tante cose: la prima è che lo Stato Islamico ha un nuovo emiro, un comandante nominato direttamente dal Califfo al-Baghdadi: non si conosce ancora il suo nome ma si sa con certezza essere un caucasico (azero o tagico), a capo di un contingente di circa mille uomini tutti di provenienza non araba (“i caucasici” li chiama qualcuno). Se a questo aggiungiamo la nomina di Omar al-Sistani, un georgiano, a capo di tutte le milizie dello Stato Islamico possiamo notare un certo “internazionalismo” anche ai vertici dell’organizzazione, che velocemente sta superando logiche fino ad oggi essenziali nella Jihad.

Dicevamo dell’emiro azero la cui idendità è sconosciuta: secondo quanto ricostruisce Daniele Raineri sul Foglio infatti lo stesso Abu Bakr al-Baghdadi ha affidato al comandante dei caucasici l’arduo compito di conquistare le ultime tre basi aeree dell’esercito siriano nella provincia di Raqqa, dove sembra essere caduto quel “patto di non belligeranza” che nell’ultimo anno aveva limitato le violenze dei jihadisti nel nord della Siria. Da quel momento sono cominciate a comparire in gran numero le oramai tristemente famose “teste mozzate” (appartenenti ai militari di Assad ed infilate su di una cancellata nella città di Raqqa).

Il 20 agosto è cominciato l’assedio jihadista all’aeroporto militare di Tabqa, espugnato il 24 agosto a mezzogiorno: il 23 agosto alcuni aerei cargo atterrati nella base portano via gli ufficiali presenti e pochi altri sottoufficiali, oltre ad equipaggiamento pesante che era meglio levare dalle grinfie dell’Isis. Il giorno dopo i soldati lasciati nella base si sono arresi in massa. Sembra quasi che a Damasco si fossero rassegnati, nelle ultime settimane, alla caduta dell’aeroporto nelle mani del nemico, un atteggiamento così stigmatizzato da un ufficiale dell’esercito siriano, che ha voluto rimanere anonimo, al Wall Street Journal:

“E con questo possiamo pure dire addio alla fiducia nella leadership militare.”

In un paese dove la forma di governo è il regime e dove l’esercito (tra l’altro in mano al fratello di Assad, Maher, giudicato da molti “troppo violento” per governare) rappresenta in braccio destro dello stesso regime, le conclusioni si traggono da soli: a rischio è la tenuta dell’intero corpo politico ed istituzionale della Siria. La caduta di Tabqa è stata descritta come un normale “raggruppamento tattico fuori dalla base”, tra l’altro eseguito “con successo”, dice l’agenzia stampa ufficiale del regime di Damasco, che somiglia sempre più alla propaganda tedesca nei giorni dell’assedio di Berlino.

I circa 200 militari arresisi il 24 agosto sono stati dunque abbandonati dall’esercito di Assad, che ha tratto in salvo solo gli ufficiali e pochi fortunati: gli altri sono stati risparmiati, se giudicati utili ad accrescere le competenze militari dell’Isis, ed i restanti giustiziati: condotti in mezzo al deserto, umiliati in mutande e scalzi ed insultati, si sono visti scaricare addosso interi caricatori dai jihadisti caucasici agli ordini dell’azero.

Le conseguenze politiche della resa di Tabqa

La caduta della base aerea militare di Tabqa è in verità una sconfitta nazionale per coloro i quali, in particolare alawiti, continuano a sostenere il regime di Assad. Nonostante in Siria tv, radio e giornali non menzionino in alcun modo la sconfitta di Tabqa le notizie circolano e hanno come conseguenza un ulteriore assottigliamento del sostegno al regime. I 300 km di deserto che distanziano Tabqa dalla zona alawita della Siria preoccupano non poco sia gli Assad che gli abitanti dell’ovest: l’esercito di Damasco potrebbe schierare migliaia di uomini ad Hama, ad est di Latakia, per respingere la certa avanzata dello Stato Islamico (è solo questione di tempo), ma il problema da affrontare è dove trovare tutti questi uomini.

Alcuni si trovano nella base aerea di Kweris, vicino Aleppo, anch’essa assediata dai caucasici dello Stato Islamico, alla quale probabilmente il regime farà fare la medesima fine di Tabqa: nessun aiuto, nessun supporto militare, totale oblio una volta sconfitti.

Che cosa significa tutto questo? Che il fantomatico “occidente”, che fino a un anno fa rifletteva (discussione mai conclusa) se bombardare o meno Assad, colui che avvelenava il suo stesso popolo con le armi chimiche e con cinque anni di guerra civile sanguinosa, potrebbe a breve (se non brevissimo) trovarsi nelle condizioni di fornire supporto, ad Assad. Se i jihadisti dovessero giungere a Latakia infatti la disfatta sarebbe totale e le conseguenze inimmaginabili, in particolare per Libano e Giordania.

Se l’obiettivo numero uno dello Stato Islamico è “purificare l’Islam” è infatti ovvio che i primi a doversi preoccupare siano i sunniti mediterranei, ivi compresi i guerriglieri di Hamas in Palestina e gli sciiti Hezbollah in Libano (alleati della Siria e quindi “traditori”). Uno scenario complesso, che rimette in discussione visioni geopolitiche ed alleanze militari e diplomatiche tra gli Stati, oltre che a rendere quasi impossibile un intervento americano o della Nato, che mai si schiererebbero nella difesa di Hezbollah o Hamas.

O forse, visto il tragico destino dell’esercito siriano, non è più così improbabile pensarlo?

Via | Il Foglio, The Washington Post, Blogs of War

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