Pdl ko, Centrodestra allo sbando. Parte la “costituente” dei moderati senza il Cav?

L’antico detto “Se Atene piange, Sparta non ride” si addice bene o male alla odierna realtà politica italiana. Da una parte, le fibrillazioni innescate dalle primarie scuotono senza tregua il Pd; dall’altra, le infinite scosse telluriche hanno quasi raso al suolo il Pdl. Fra i Paesi occidentali, solo in Italia può accadere che fatti come

L’antico detto “Se Atene piange, Sparta non ride” si addice bene o male alla odierna realtà politica italiana. Da una parte, le fibrillazioni innescate dalle primarie scuotono senza tregua il Pd; dall’altra, le infinite scosse telluriche hanno quasi raso al suolo il Pdl.

Fra i Paesi occidentali, solo in Italia può accadere che fatti come Tangentopoli cancellino partiti storici come la Dc e il Psi e che nell’arco di una tornata elettorale – poco più di quattro anni – un partito come il Pdl possa perdere – stando ai sondaggi – oltre la metà dei suoi elettori, cioè milioni di voti. Quando di mezzo c’è uno come Silvio Berlusconi, tutto si complica, perché se lui è il sole e il sole si spegne, c’è il buio totale.

Mentre negli altri Paesi il centrodestra ha, oltre la dignità – una forte e qualificata rappresentanza politico-partitica, – in Italia, da 20 anni a questa parte, tutto ruota attorno al Cavaliere. E oggi che l’ex premier è così appannato da apparire spento, il campo dei cosiddetti “moderati” è andato in tilt, senza identità, senza progetto politico, senza leadership.

Nel suo continuo lanciare il sasso e ritirare la mano, non è ancora chiaro se Berlusconi si ritira o no dalla politica o se, quanto meno, si ricandida o no alle prossime politiche. In poche parole il caos esistente oggi nel centrodestra ha un nome, quello del Cavaliere: c’è una minoranza che ancora lo vede come (unica) risorsa e c’è una maggioranza che invece lo considera un ostacolo, il problema numero uno.

Quando uno come Renato Schifani, interpretando un sentimento di molti, lancia l’idea di una Costituente dei moderati, di fatto sancisce la fine politica di Silvio Berlusconi e del berlusconismo. Con Berlusconi in campo, o anche in panchina come trainer, il centrodestra non trova uno sbocco unitario e il partito del Cav (Pdl o Forza Italia o come cavolo si chiamerà) non può che diventare una forza minoritaria. Non solo: da Casini a Montezemolo, da Giannino a Tremonti e ai mini leader del frastagliato mondo dei moderati, nessuno vuole “sporcarsi” le mani con il Pdl o con quello che ne rimane.

Tutti guardano con sospetto e diffidenza al partito del “predellino” e tutti sanno che, stavolta, non basterà sostituire l’insegna della bottega e riverniciare la facciata per presentarsi come “nuovo”. Allora? Se non si accetta il fallimento della seconda Repubblica e quello del berlusconismo, questo centrodestra non ha futuro. A meno che per futuro si intenda la … Santanchè.