Riforma del Senato: la sinistra Pd torna all’attacco

Proposto un emendamento perché Palazzo Madama sia ancora elettivo. Vannino Chiti non si arrende.

di andreas

[blogo-video provider_video_id=”HnVM6qZxQz8″ provider=”youtube” title=”Le riforme del governo Renzi: come cambia il Senato” thumb=”” url=”http://www.youtube.com/watch?v=HnVM6qZxQz8″]

La riforma del Senato continua a essere un percorso pieno di ostacoli. Soprattutto perché la sinistra Pd (in questo campo guidata da Vannino Chiti) con l’appoggio di Sel e di alcuni ex M5S non intende arrendersi sulla questione del Senato che Renzi vorrebbe non elettivo. E proprio per questo hanno presentato un sub-emendamento che recita: “Il Senato della Repubblica è eletto su base regionale, garantendo parità di genere, in concomitanza con la elezione dei Consigli regionali”.

Se così fosse, verrebbe meno uno degli architrave della riforma pensata dal governo, e cioè un Senato non elettivo. Ma ci sono i numeri per far passare questo emendamento? Sembrerebbe di sì, visto che delle 35 firme portate all’emendamento, ben 18 sono di pezzi della maggioranza (16 del Pd, Mario Mauro ed Enrico Buemi). Nella conferenza stampa di presentazione, presenti Vannino Chiti, Falice Casson, Mario Mauro, Francesco Campanella e Loredana De Petris, sono stati però presentati altri emendamenti: uno prevede che il numero dei senatori scenda a 100, un altro sembra ripristinare il bicameralismo perfetto la cui abolizione è alla base della riforma.

In questo emendamento, infatti, si attribuirebbero al Senato poteri legislativi non più solo su materie costituzionali, ma anche sui apporti con la Chiesa cattolica e le altre confessioni; la condizione giuridica dello straniero, le libertà personali; la libera manifestazione del pensiero; le garanzie processuali; la tutela della salute; diritti politici e sindacali; casi di incandidabilità, ineleggibilità e conflitto di interessi; norme sul referendum, il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, la magistratura ordinaria, il Csm; l’esercizio della giurisdizione; la Corte costituzionale.

Insomma, tutto tranne la fiducia al governo. Si prevede inoltre che per respingere le modifiche richieste dal Senato, la Camera debba avere una maggioranza identica a quella che da Palazzo Madama ha richiesto le modifiche. Mentre del ddl governativo è previsto che basti la maggioranza assoluta. Nuove grane, quindi, per il governo Renzi. Se i 18 voti venissero meno al Senato, a quel punto sarebbero decisivi i voti della Lega Nord e di Forza Italia.

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