Renzi, cambio di passo. Attuale la “lezione” di Berlinguer e Moro?

Non bastano tweet e streaming e neppure le forzature sull’immagine e sulla propaganda per fare un buon premier, un buon governo, una buona politica. E per riformare davvero un Paese come l’Italia la strada è lunga e polverosa.

Se ne deve essere accorto persino Matteo Renzi, passato dal galoppo del destriero con la criniera al vento al passo pesante del bue che tira un carro malandato e strapieno di zavorra. I 100 giorni necessari per le riforme sono diventati subito 1000 e chissà cosa accadrà nei 900 giorni che ci separano dalla meta indicata dal premier-segretario.

Al Matteo “spaccone” si è sostituito il Matteo “realista”? Al nuovo “Ghe pensi mi” copia dell’Unto del Signore di Arcore del faccio tutto e subito si è sostituito il “primus inter pares” in cerca di alleanze (aprire a Grillo senza mollare Berlusconi), misurando il passo, fissando gli obiettivi del suo governo nel medio e nel lungo periodo e legando i destini dell’Italia a quelli dell’Europa? Insomma, siamo già al “Contrordine, compagni!”?

Ora, senza scomodare Lenin quando ammoniva che “Non si può trasformare la società e non si può vincere senza aver appreso la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata” si può però fare riferimento (anche qui fatte le dovute differenze per i tempi diversi e per i personaggi diversi) a Berlinguer: “L’obiettivo di una forza progressista, che è quello di trasformare concretamente i dati di una determinata realtà storica e sociale, non è raggiungibile con strappi, fondandosi sulle spinte spontanee dei settori più combattivi delle masse, ma muovendo sempre dalla visione possibile, unendo la combattività e la risolutezza alla prudenza e alla capacità di manovra. Il punto di partenza della strategia e della tattica di un movimento progressista è la esatta individuazione dello stato dei rapporti di forza esistenti in ogni momento e, più in generale, la comprensione del quadro complessivo della situazione internazionale e interna in tutti i suoi aspetti, non isolando mai unilateralmente questo o quell’elemento”.

Da lì, il leader del Pci arrivava alla conclusione che “neppure col 51% dei voti si poteva trasformare la società italiana”, da lì la strategia del “compromesso storico” con Aldo Moro e la DC.

Può Matteo Renzi, dentro l’attuale crisi nazionale e internazionale, rivoltare l’Italia come un calzino, con una doppia maggioranza di governo (parlamentare con il cosiddetto centro sinistra e politica con Berlusconi), con il 50% degli italiani che non va neppure alle urne, con un Pd partito di brava gente ma anche gonfio di trasformisti e arraffa poltrone? Il contentino degli 80 euro, le riforme del Senato e quella elettorale impostate male e gestite peggio nella logica del portare comunque subito qualcosa a casa incuranti di fare terra bruciata, non muovono di un acca la drammaticità della crisi del Paese, non solo economica.

Così, presto, il 40% preso alle Europee potrà trasformarsi in un boomerang per Renzi, il Pd, forse per il Paese. Non bastano twett e comparsate tv per ribaltare lo stereotipo di un’Italia immobile e non riformabile, in mano ai soliti noti e preda di una classe politica di nominati, improvvisati, incapaci e disonesti. Renzi, altra strada non ha, se non tessere il filo delle alleanze politiche e sociali e agganciarsi all’Europa.

Il premier sa che la partita vera si gioca lì, su quel tavolo. E che il suo governo, alla resa dei conti, sarà giudicato soprattutto per la capacità di far ripartire l’economia, la crescita e l’occupazione.

Scrive Giovanni Grasso su Avvenire: “È qui che la sfida italiana si collega direttamente con quella europea. Ma è anche qui che il governo Renzi, che si è fatto conoscere fino ad ora per la sua discontinuità, ritrova il collegamento con gli esecutivi precedenti, segnatamente con quelli di Mario Monti ed Enrico Letta, che si muovevano in un solco decisamente europeista, chiedendo al contempo all’Europa di allentare il patto di stabilità e di permettere investimenti capaci di favorire la ripresa economica. Quella di cambiare la politica economica europea, senza chiedere di tornare ai tempi della finanza pubblica allegra, è con ogni probabilità la sfida più impegnativa che il capo del governo italiano si è assunto con il discorso di ieri. Una sfida che fa davvero tremare le vene e polsi, di fronte alla quale le piccole nostre polemiche quotidiane, in Parlamento e sui giornali, impallidiscono fino a scolorire del tutto”.

1000 giorni non sono pochi. Bisogna però arrivarci, e in salute. E già Berlusconi torna a parlare di elezioni anticipate…