L’Aquila. Napolitano contro le new town, con 3 anni e mezzo di ritardo

Intervento del Presidente della Repubblica, in visita nel capoluogo abruzzese. Quantomai fuori tempo.

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Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano era Presidente della Repubblica anche il 6 aprile 2009, quando la scossa di terremoto delle 3.32 devastò L’Aquila. E’ importante ricordarselo a scanso di equivoci. Oggi, dopo esattamente tre anni e mezzo, quello stesso Presidente della Repubblica, in visita al Capoluogo abruzzese, dichiara:

«E’ l’ora di ricostruire L’Aquila dimenticando i progetti di una new town fuori dell’attuale centro».

Una presa di posizione che appare decisamente anacronistica, la risposta giusta fuori tempo massimo. Perché nel frattempo, intorno all’Aquila, fuori dall’attuale centro, di new town (o new village, o quartieri dormitorio, chiamateli come vi pare) ne sono state costruite 19. La decisione è stata presa poco dopo la scossa distruttrice, è stata duramente contestata dalla società civile sul territorio aquilano, ma è stata portata avanti fino alle sue conseguenze più estreme (spese per costruire le nuove “casette”, centro storico dimenticato).

Dov’era, Giorgio Napolitano, all’epoca? Lo abbiamo ricordato poche righe più sopra, ma vista la memoria a breve, medio e lungo termine dell’Italietta, giova ricordarlo: era già lì, al Quirinale.

E cosa diceva allora? Indovinate un po’. Richiamava alla coesione nazionale. Al senso di responsabilità. Chiedeva una tregua. Anche in vista dell’assurdo, inqualificabile G8 dell’Aquila. Già. Proprio così. Perché c’era chi polemizzava (giustamente) con le new town, e come al solito le polemiche venivano bollate come politiche (come se poi politico fosse un insulto). Per la cronaca, Napolitano si espresse in maniera soddisfatta anche nei confronti di quel G8 (i cui risultati si attendono ancora), in questi termini:

«non volevo zittire né la politica né l’informazio­ne, che hanno sempre le loro ragioni, ma sol­lecitare un momento decongestionante, di­ciamo così, per salvaguardare l’immagine del Paese. Mi pare che, nell’insieme, l’Italia sia uscita bene da questo G8 e che si sia espressa nel complesso una maggior consa­pevolezza e condivisione della responsabili­tà nazionale».

Insomma, quel che contava, all’epoca, era l’immagine del Paese. E dov’era, Napolitano, quando gli aquilani protestavano a Roma a giugno del 2009 contro il decreto Abruzzo? Dov’era quando venivano manganellati?

In mattinata, Napolitano era stato preceduto da Renzo Piano. L’archistar, che partecipava all’inaugurazione del suo Auditorium proprio all’Aquila, aveva detto:

«Luoghi senz’anima, senza logica, senza affettività. In tutto il mondo si costruisce e si ragione per superare le periferie. All’Aquila è l’unico caso dove le periferie sono state fatte ex novo»

Altra voce critica fuori tempo massimo.

Francamente, lo schierarsi oggi, quando decisioni definitive e irreversibili sono state prese sul territorio aquilano, nonostante le critiche motivate e fondate che venivano mosse al superinterventismo di Bertolaso e Berlusconi, appare persino irrispettoso.

L’unica consolazione? Il fatto che, dopo la relazione-Barca, anche questa nuova presa di posizione è una dimostrazione del fatto che, ahinoi, chi criticava aveva ragione.

Foto | © Getty Images