Cina e Tibet: il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

Questa è la storia dell’Uomo che cade dal palazzo del XX secolo. Ad ogni piano, ad ogni giuntura critica, ad ogni guerra, l’Uomo ripete: “Fino a qui tutto bene”. Nel 1950, i carrarmati della rivoluzione maoista occupano le gelide e quasi disabitate alture del Tibet. Massacrano la popolazione civile, che non è cinese. Fino a

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Questa è la storia dell’Uomo che cade dal palazzo del XX secolo. Ad ogni piano, ad ogni giuntura critica, ad ogni guerra, l’Uomo ripete: “Fino a qui tutto bene”. Nel 1950, i carrarmati della rivoluzione maoista occupano le gelide e quasi disabitate alture del Tibet. Massacrano la popolazione civile, che non è cinese.

Fino a qui tutto bene. Nel 1959 i monaci tibetani lasciano gli antichi monasteri e guadagnano le piazze. L’esercito di Pechino reprime la rivolta nel silenzio delle grandi potenze, impegnate ad equilibrare la guerra fredda. Fino a qui tutto bene. Nello stesso anno, il Dalai Lama è costretto all’esilio in territorio indiano.

Il governo “illegittimo” si trasferisce a Dharamsala. Nessuno batte ciglio. Fino a qui tutto bene. L’onda distruttiva della Rivoluzione Culturale non risparmia il Tibet. La morte raggiunge 1,2 milioni di tibetani, 6.254 monasteri vengono distrutti, circa 100.000 tibetani sono costretti nei campi di lavoro. Ma per l’Occidente la Cina sta per diventare un partner nella guerra contro i sovietici.

Fino a qui tutto bene. Sporadiche ma continue proteste vengono risolte nel sangue. Pechino favorisce un ripopolamento su base etnica: trasferisce su queste vette inospitali, a 4.900 metri, cittadini han. Nelle terre abitate da secoli dai tibetani. Fino a qui tutto bene.

Negli anni Novanta la Cina diviene il motore dello sviluppo asiatico. I suoi tassi di crescita raggiungono due cifre. Apre al capitalismo e lo applica nella sua essenza più pura: un solo comando, una disciplina ferrea. Obiettivo: crescita. Indiscriminata e violenta. Invidiata dalle democrazie occidentali. Fino a qui tutto bene.

La consacrazione dell’impresa cinese avviene con le Olimpiadi della prossima estate. Mostrerà al mondo dove sono arrivati i figli di Mao. Chi ha vito a Tienammen. Quanto l’impero celeste rappresenta oggi lo specchio della globalizzazione. Fino a qui tutto bene.

Ma la Cina moderna vede crescere le contraddizioni. Vede moltiplicare benessere e ridurre diritti, aumentare gli investimenti esteri e il gap tra zone urbane e rurali. E’ modello di progresso per i Paesi in via di sviluppo, l’eldorado delle aziende occidentali, la bestia geostrategica per gli analisti di Washington. Fino a qui tutto bene.

Di tanto in tanto, le opinioni pubbliche occidentali discutono se fare gli onori o meno al Dalai Lama in visita. Criticano Pechino, mentre siglano accordi commerciali. Washington condanna le violenze in Tibet, mentre vende ai comunisti la quota maggioritaria del proprio debito pubblico. Che è sterminato. Fa la guerra agli iracheni e agli afghani, con i soldi della Repubblica Popolare. Fino a qui tutto bene.

Ma l’uomo in caduta libera dal palazzo della storia è oramai prossimo al suolo. Il problema cinese resta aperto. L’indipendenza tibetana diviene detonatore. La Cina è l’unione “impossibile” di 1 miliardo e trecento milioni di individui. Diversi per lingua, per cultura, per livello di sviluppo. Pechino non può cedere, a meno di farlo anche a Taiwan e nelle altre periferie dell’impero. L’Occidente sostiene la rivolta tibetana. Il Dalai Lama diviene un’icona pop. E i morti per le strade di Lhasa non sono altro che l’inizio del baratro.

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

(Liberamente ispirato a “L’Odio/La Haine” di M. Kassovitz)

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