Rugby&Letteratura – “All Blacks” senza anima e con troppa politica

Il rugby è diventato una moda in Italia, gli All Blacks sono i Dolce&Gabbana della palla ovale e, come spesso accade in questi casi, la voglia di rincorrere le mode gioca brutti scherzi. La Aliberti editore, per esempio, ha da poco pubblicato il libro “All Blacks, Passione ovale” del giornalista Malcom Pagani. Un volume agile,

Il rugby è diventato una moda in Italia, gli All Blacks sono i Dolce&Gabbana della palla ovale e, come spesso accade in questi casi, la voglia di rincorrere le mode gioca brutti scherzi. La Aliberti editore, per esempio, ha da poco pubblicato il libro "All Blacks, Passione ovale" del giornalista Malcom Pagani. Un volume agile, veloce da leggere e anche scritto in maniera più che piacevole. Ma che lascia l'amaro in bocca. Troppo superficiale, senz'anima, con troppi errori e che, purtroppo, guarda troppo alla politica e poco al rugby.

Raccontare la storia di una squadra come gli All Blacks non è facile. Ripercorrere più di un secolo di partite, eventi, aneddoti rischia di perdersi in un labirinto di date e protagonisti che restano in superficie, senza andare a fondo nell'animo di una storia. Malcom Pagani ci prova, ripercorre le tappe fondamentali di quella che è diventata la squadra simbolo della palla ovale mondiale. Ma la fretta di cavalcare l'onda di San Siro, la poca dimestichezza, probabilmente, con questo sport e un istinto che lo porta a mescolare sport e politica non regalano un libro da consigliare.
Errori grossolani (come il risultato di Italia-NZ nei mondiali 2007, clamorosamente sbagliato), refusi che sanno di non conoscenza (si può dibattere se la rimessa laterale si chiama touch o touche, ma mai sarà tuche), terminologie calcistiche inappropriate (gli "All Backs" sono i "tutti trequarti" non gli attaccanti, così come non esistono i terzini nel rugby), ma, ripeto, è la voglia sfrenata di Pagani di trovare riferimenti politici che infastidisce di più. Al di là del fatto che paragonare i maori neozelandesi ai neri sudafricani, liquidando il tutto con un banale "i maori giocano nella nazionale, i neri sono rinchiusi nei ghetti", dimostra una certa ignoranza nella storia della persecuzione subita dai maori, è assurdo che un volume dedicato alla Nuova Zelanda sia infarcito di pagine sul Sud Africa.
Forse l'autore, oltre a seguire la moda di San Siro, si è fatto condizionare da Invictus, ma è perlomeno particolare trovare un capitolo intero dedicato ai mondiali del 1995, nel quale per pagine si parla di Mandela, dell'apartheid, del razzismo e si liquida in poche righe l'intossicazione alimentare subita dagli All Blacks prima della finale. Se l'assenza di riferimenti all'avvelenamento può essere accettata a malincuore in Invictus, è improponibile in un libro dedicato ai Tutti Neri. Così come parlare di Jonah Lomu, dell'offerta avuta per andare a giocare a football americano e riferirsi alla Dallas degli anni '90 come la città "in cui Lee Harvey Oswald interruppe il kennedismo". Inutile e assurdo.
Il tutto senza raccontare veramente di rugby. Senza parlare di palla ovale, ma semplicemente rincorrendo i soliti stereotipi (haka, Lomu, maori, tatuaggi) per raccontare una favola che non esiste. Una realtà che non è reale. Insomma, "All Blacks, Passione ovale" è un libro che può piacere a chi non conosce nulla di rugby, a chi ama farsi ammaliare dalle copertine patinate, ma poco c'entra con il rugby. Un po' come le comparsate da Simona Ventura o i terzi tempi all'Hollywood di Milano. Fanno parlare di rugby, ma non sono rugby.

 

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