Djokovic – Federer, Wimbledon 2014 è l’ultimo atto?

Una finale epica che potrebbe preannunciare un passaggio di consegne verso le nuove generazioni. Ma l’obiettivo di Federer resta Rio 2016

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Wimbledon 2014Ha vinto Djokovic, e si è mangiato l’erba del centrale.

Federer si è aggrappato a tutte le sue forze, ha mescolato le carte, ha solcato un’ampia area intorno alla linea di fondo e si è avventurato spesso a rete, e in quel fondo sconnesso, quasi arato dai due campioni che si sono presi a pallate per più di quattro ore e cinque set, c’è tutto il racconto di una sfida epica.

La finale di Wimbledon 2014 è stato un incontro da ricordare, uno di quelli che se ci pensi bene ti dispiace che sia su una pay tv in onda, perché se lo dovrebbero poter vedere tutti, perché un incontro così dovrebbe essere un “bene comune”, un momento di collettiva estasi sportiva.

Si tratta, molto probabilmente, di un passaggio di consegne per le generazioni future che scalpitano. Il che non significa che Djokovic e Federer siano finiti, ci mancherebbe altro. Chi potrebbe dire un’assurdità del genere? Djokovic scavalca di nuovo Nadal e torna numero 1 del mondo. Federer resta n.4, ma ha Wawrinka nel mirino. Eppure l’anagrafe non mente, soprattutto per lo svizzero: 32 anni e un obiettivo. Arrivare a Rio 2016. E magari provare a vincere, chissà. Djokovic ha ancora qualche anno in più di carriera, davanti a sé.

Ma è molto probabile che in uno slam e con questo stato di grazia questo sia uno degli ultimi, se non l’ultimo, scontro epico fra i due.

La sensazione, vedendoli sul 2 set pari, 3 game pari, era che i due lo sapessero bene e si sfidassero punto su punto, provando tutto il repertorio, per contendersi ancora una volta la storia e prepararsi a lasciare spazio al futuro che avanza e che prima o poi pretenderà la testa dei re. Riuscendo ad ottenerla.

Il momento è ancora lontano? Forse non molto.

Ma prima di pensare al futuro bisogna godersi la giornata, una finale straordinaria, con Federer che ottiene il primo set al tie-break e serve in maniera quasi perfetta (tantissimi ace, ma troppi doppi falli), ma patisce i passanti di Nole e subisce nel primo e nel secondo. Djokovic martella da fondo, in profondità, mette sotto pressione l’avversario, e sul suo viso furbo comincia a materializzarsi quel sorrisino che vuol dire: sto per finirti.

Chi lo conosce bene, lo svizzero, pensa che sia finita, soprattutto quando finisce sotto 5-3. Ma poi ecco la resurrezione, possibile solo in uno scontro epico come questo. Federer attacca, sorprende l’avversario, sembra avere le forze per sopraffarlo.

Djokovic chiama il fisioterapista (per la seconda volta) e più volte si fa vedere che zoppica: scenette a cui il serbo ci ha abituati, nel tempo. Fanno parte dello scontro psicologico, e glie lo perdoniamo.

Nel quinto, l’equilibrio instabile è destinato a spezzarsi in favore del più giovane, mentre il vecchio leone lotta fino all’ultimo game, quando non ce la fa più e butta via il servizio, cedendo di schianto.

Djokovic mangia l’erba del centrale, sotto rete, dove cresce ancora fresca e rigogliosa. Federer sa che non poteva fare di più e che ha già fatto tanto.

Se la storia di questo straordinario sport dirà che questo è l’ultimo atto – sarà difficile, vederli entrambi così in forma in un torneo così importante –, sarà stato senz’altro un ultimo atto degno di una standing ovation reale. Se no, sarà un piacere applaudire ancora questi due campioni.

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