Il ministro Gelmini e la scuola come ammortizzatore sociale

Mariastella Gelmini é stata tra i ministri più in vista di quest’estate 2008: prima nel campo del gossip, poi per la sua riforma della scuola, che ha trovato critici anche nella stessa maggioranza. Qualche giorno fa il ministro di area ciellina ha tra l’altro dichiarato che “la scuola deve smettere di essere un ammortizzatore sociale


Mariastella Gelmini é stata tra i ministri più in vista di quest’estate 2008: prima nel campo del gossip, poi per la sua riforma della scuola, che ha trovato critici anche nella stessa maggioranza. Qualche giorno fa il ministro di area ciellina ha tra l’altro dichiarato che “la scuola deve smettere di essere un ammortizzatore sociale e uno stipendificio”, e deve tornare ad essere “fatta per gli studenti e non per pagare una cifra spropositata di stipendi che sono pure da fame”.

Come non essere d’accordo? La scuola, come tutta l’amministrazione pubblica italiana, ha spesso dato stipendio, accanto a professionisti motivati (e malpagati), anche a persone poco preparate, per le quali l’assunzione ha spesso costituito una sorta di “sussidio” elargito dallo Stato per contrastare disoccupazione e povertà. Chi non ha nei suoi ricordi almeno un professore delle scuole medie con problemi relazionali, tipicamente relegato al ruolo di bibliotecario per minimizzare i danni che poteva creare in classe?

Tuttavia la Gelmini, quando cita gli “ammortizzatori sociali” omette un paio di dettagli molto rilevanti: tanto rilevanti da fare di questo uno di quei casi in cui la somma di due omissioni fa quasi una menzogna.

Infatti se la Pubblica Amministrazione tutta (e con essa la scuola) è diventata in parte una forma di “assistenza sociale” verso i dipendenti, questo è potuto accadere proprio perché nessun governo italiano, fin dal dopoguerra, ha voluto creare un sistema di welfare degno degli altri paesi occidentali, in particolare per quanto riguarda disoccupazione e povertà. Certo alcuni ammortizzatori sociali esistono in Italia, ma sono riservati a poche categorie privilegiate, in genere paradossalmente rappresentate come vittime: gli anziani, ad esempio, o i dipendenti delle grandi imprese come Alitalia.

La seconda cosa che il ministro dell’istruzione dimentica di dire é che il suo governo non ha nessuna intenzione di creare un sistema di ammortizzatori sociali al passo con i tempi. La tanto strombazzata “poverty card” di Tremonti infatti non fa altro che approfondire lo squilibrio del nostro welfare verso l’assistenza della sola terza età, perché vi avranno diritto solo coloro che già ricevono una pensione. E tanto peggio per gli altri.

Il risultato di tutto ciò è che, complice anche il silenzio colpevole dell’opposizione cosiddetta riformista, la questione del welfare è la grande assente dal dibattito politico italiano, come già si era potuto notare in campagna elettorale. Ma si potrà continuare così ancora per molto?

Foto: Giampaolo Squarcina, Flickr.

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