Renzi, l’Italicum per dare il Paese al Cav?

Adesso si tratta di vedere se, giunto in vista del traguardo, l’Italicum riesce a superare indenne lo striscione finale (il voto parlamentare) perché, come si usa dire nello sport: “Vince chi taglia per primo il traguardo”.

Oggi brinda chi vede il bicchiere mezzo pieno perché l’Italicum è meglio del Porcellum. Sta a secco chi vede il bicchiere mezzo vuoto perché solo di Porcellum riverniciato trattasi. Chi ha vinto (per ora) fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi?

Il primo esulta per avere bruciato i tempi: “Facendo in un mese ciò che altri non hanno fatto in 20 anni”. Il secondo toglie però al segretario del Pd l’imprimatur riformista perché: “ Queste non sono le riforme di Renzi, sono le mie riforme”.

Fatto sta che – sempre che i malumori nel Pd e in Forza Italia e le minacce dei centristi non si trasformino nel decisivo voto parlamentare in un agguato spaccatutto – niente sarà più come prima, o meglio, la nuova legge permetterà a un partito di minoranza di diventare il dominus assoluto in Parlamento regalando (potenzialmente) su un piatto d’argento al capo della destra il progetto da sempre coltivato, cioè le chiavi per impadronirsi dello Stato.

Così potrebbe essere, con le opposizioni ridotte e svilite di numero e di poteri. L’Italicum – pur se riverniciato e migliorato in qualche dettaglio – procede sul binario del Porcellum: basti pensare all’art. 14 bis che tendeva a ridurre la costellazione politica, sia pure bipolare, a due soli partiti. Così i partiti che confluiscono in una coalizione perdono qualsiasi identità ed autonomia: essi devono avere lo stesso programma del partito maggiore, lo stesso capo (anche se interdetto?) e se non superano una certa soglia di voti non hanno diritto ad entrare con propri rappresentanti in Parlamento. Tradotto significa che Alfano deve avere per capo Berlusconi e Vendola, Renzi. Chiaro?

Scrive il costituzionalista cattolico Raniero La Valle: “ La nuova legge elettorale distrugge il pluralismo politico, e cioè lo specifico della democrazia; non solo toglie i cespugli, cioè – come dice Renzi – libera i partiti maggiori dal “ricatto dei piccoli partiti”, ma toglie tutti gli alberi del bosco lasciandone solo uno a dominare il deserto e un altro, mutilato e umiliato, a riceverne l’ombra come parte di un unico sistema. In tal modo le elezioni invece che essere una scelta tra diverse opzioni politiche per il governo del Paese, si trasformano in una successione ereditaria per la quale il potere già esistente perpetua se stesso aggiornando di volta in volta per cooptazione le nomenclature al comando nei due partiti. Dopo tante invettive contro la casta una legge più castale di così non si poteva immaginare”.

Il rischio è che sia proprio il segretario del Pd a creare le condizioni per l’instaurazione del regime berlusconiano, con o senza il Cav a Palazzo Chigi, ma forse addirittura più in alto. Al di là degli zero virgola trattati nel gioco dei bussolotti nelle ultime ore per telefono fra Renzi e Berlusconi, non c’è dubbio che il dato politico pende a favore del leader di Forza Italia. “Con questa legge stravinciamo”, ripete Brunetta, megafono del Cav.

Fatto sta che Il “Ghe pensi mi” torna il padre-padrone della destra allargata, con la Lega salvata con il congegno truffa-bis di salvataggio per i partiti regionali costretta a tornare alleata di FI. E costringe il Nuovo Centrodestra a tornare sotto l’ala di Forza Italia e stronca le speranze di autonomia dei vari Casini e Mario Mauro, anch’essi destinati a finire di nuovo sotto l’antico padrone.

Scrive Gad Lerner: “Deciderà lui, il Cav, a destra, chi entra e chi no, e il criterio sarà quello della fedeltà ai suoi interessi.
Mi fermo su questo interrogativo. Valeva la pena pagare il prezzo di questa rinnovata centralità al Berlusconi decaduto, pur di sbloccare il sistema? La mia risposta è sì. Su questo la penso come Renzi. Spero che non ci tocchi di pentircene fra un anno o due”.

Speriamo che non ci tocchi pentircene subito vedendo per altri 20 anni il film già visto di questi fallimentari 20 anni di seconda Repubblica.