Caos Italia – Praticanti e juniores non pervenuti, il futuro è nero

Le dichiarazioni di fine anno del presidente Dondi, tutte piene di ottimismo e positività, hanno lasciato più di un addetto ai lavori (e appassionato) perplesso. Dall’ottimismo sulla Celtic League all’esaltazione degli 80.000 di San Siro a molti è parso che il presidente federale stesse raccontando una favola cui lui per primo non poteva credere. Oggi,

Le dichiarazioni di fine anno del presidente Dondi, tutte piene di ottimismo e positività, hanno lasciato più di un addetto ai lavori (e appassionato) perplesso. Dall'ottimismo sulla Celtic League all'esaltazione degli 80.000 di San Siro a molti è parso che il presidente federale stesse raccontando una favola cui lui per primo non poteva credere. Oggi, sulle pagine del Gazzettino, arriva la doccia fredda. Numeri, ragionamenti logici e dati di fatto che dipingono un futuro tetro per la palla ovale italiana. Mancano i praticanti e mancano i giovani, cioé la linfa del movimento.

Riforma juniores – Il primo affondo è a firma di Antonio Liviero e riguarda la riforma dei campionati giovanili in Italia. Che la Fir navighi a vista e, spesso, faccia e disfi nel giro di pochi mesi tutto, creando confusione e caos è davanti agli occhi di tutti. Prima la modifica dei settori giovanili, con le varie categorie passata dagli anni dispari a quelli pari (under 14, 16, 18, 20), poi, nell'ultimo consiglio federale, la retromarcia. Si torna all'under 19, ma eliminando alcune categorie. Insomma, mancano i diciottenni, come evidenazia Liviero, e per ovviare a ciò si raggruppano categorie poco uniformi. Perché? Perché mancano i giovani. Gli under 18 attuali sono solo 900 in tutta Italia, una miseria e un numero insufficiente per creare un campionato. Le cause? La navigazione a vista di cui sopra. Modificare continuamente le categorie, raggrupparle porta molti giovani ad abbandonare, perché non trovano spazio e finiscono per scappare. Un campionato che preveda ragazzi di 16, 17 e 18 anni tutti assieme è folle. La differenza fisica e tecnica tra un sedicenne e un diciottenne è immensa ed è ovvio che i più giovani non trovino spazio, finiscano per annoiarsi, per non divertirsi più e, infine, per cercare un altro sport da praticare. E chi non abbandona rischia l'incolumità, perché giocare con ragazzi molto più grandi è pericoloso. Insomma, la soluzione ideata da Ascione e compagnia è, tanto per cambiare, peggiore del problema. E il bacino dei vivai italiano si spopola, rendendo nerissimo il futuro italiano. Alla faccia di Celtic League, nazionale e presunta elite ovale.

Tesseramenti gonfiati – 80.000 (toh, sempre questa la cifra amata da Dondi) tesserati, il sogno di arrivare velocemente a 100.000. Queste le parole in libertà del presidente Federale nei suoi auguri natalizi. Ma sono cifre credibili? Per Ivan Malfatto e per Massimo Brunello, da lui intervistato, assolutamente no.  "Se avessimo davvero 100 mila atleti tesserati l'Italia vincerebbe il Sei Nazioni. E di Mauro Bergamasco ce ne sarebbero cinque, non uno" così esordisce Brunello e non ha certo torto. Certo, l'ex allenatore di Rovigo deve giustificare la pesante sconfitta (60-3) della sua under 18 contro l'Irlanda.  "La strada delle Accademie è giusta. Ma i campionati giovanili sono di livello troppo basso in Italia per fare questo" afferma Brunello e trova subito la causa di tutto ciò. I numeri reali dei praticanti in Italia. "Se ci sono 25-30 mila giocatori veri dal Super 10 al minirugby è tanto" chiude Brunello. 30.000, decisamente una cifra diversa rispetto agli 80.000 con cui Dondi si è riempito la bocca nei giorni scorsi. 30.000, una cifra che spiega le batoste azzurra e che mostra un futuro assai tetro per l'Italia ovale. Perché il movimento non vive dei San Siro pieni, non si nutre di leghe celtiche e Sei Nazioni. Questi devono essere i volani che fanno fare il salto di qualità al movimento d'elite ovale, ma alle spalle di questo movimento ci dev'essere una base solida, un bacino ricco dal quale, dal minirugby alle serie minori, possano nascere e crescere i giovani campioni, delle realtà che siano il collante tra il rugby televisivo, quello mediatico, e il rebbi di tutti i giorni, quello dei campetti in terra e della passione dei volontari. Una realtà che, oggi, in Italia non esiste. Nonostante le parole di Dondi.