Voto agli immigrati: anche Di Pietro sbatte la porta in faccia a Veltroni

La proposta di Veltroni di aprire una riflessione sul diritto di voto agli immigrati ha suscitato un vespaio di polemiche, come era ampiamente prevedibile. ma d’altronde era proprio questo l’obiettivo del capo del Pd, teso al disperato tentativo di ridare lustro alla sua leadership e visibilità a una forza politica in crollo verticale nel gradimento

di luca17

La proposta di Veltroni di aprire una riflessione sul diritto di voto agli immigrati ha suscitato un vespaio di polemiche, come era ampiamente prevedibile. ma d’altronde era proprio questo l’obiettivo del capo del Pd, teso al disperato tentativo di ridare lustro alla sua leadership e visibilità a una forza politica in crollo verticale nel gradimento degli elettori.

Se però la levata di scudi da parte del centro-destra, e in particolar modo della Lega, era più che prevedibile, molto meno attesa è stata la bocciatura del leader dell’Italia dei Valori. Di Pietro ha infatti bollato la proposta come inutile e intempestiva, almeno in questa forma, rimandando la discussione al momento in cui sarà presentato un progetto di legge concreto. “Non faccia annunci fuori tempo”, la bellicosa dichiarazione dell’ex-pm che pare segnare un solco, l’ennesimo, tra il suo partito e il principale competitor nell’opposizione anti-berlusconiana. E per rincarare la dose uno sprezzante: “L’estate è finita e la politica degli annunci lasciamola a Berlusconi”.

Preso atto delle schermaglie pre-elettorali (le europee sono già alle porte) nel centro-sinistra, proviamo a capire perché la proposta veltroniana appare così velleitaria e di facciata ai più. La legge attuale prevede che il diritto di voto sia riservato ai cittadini italiani, e sull’acquisizione della cittadinanza al di fuori del diritto di sangue e vincolo matromoniale, la norma è la seguente: possono fare domanda gli stranieri che risiedano da almeno dieci anni in territorio italiano, fatti salvi precedenti penali e purché abbiano reddito sufficiente. Questo per gli extra-comunitari, mentre per i cittadini europei (CE) il minimo di residenza si abbassa ad anni quattro.

Come si vede dunque la rappresentanza e il diritto di voto agli immigrati sono più che preservati dalla legge, poiché il limite temporale appare più che congruo per conoscere il paese in cui ci si è trasferiti, conquistando così la possibilità di esprimere una propria preferenza in chiave politica. Si può semmai discutere su un eventuale abbassamento del numero minimo di anni di residenza, ma non si vede il motivo per il quale dovremmo concepire una scorciatoia per far votare a tutti i costi chi è arrivato da poco e non ha nemmeno i requisiti per richiedere la cittadinanza.

Tutto questo a livello teorico. Se poi a livello pratico sia solo un tentativo di recuperare voti aprendo un nuovo serbatoio elettorale, allora il discorso cambia.

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