Le ricette del Papa per l’immigrazione: tutto sbagliato?

In una democrazia liberale come la nostra un capo religioso ha certamente il pieno diritto di esprimersi liberamente sulle grandi questioni di politica e società. Allo stesso tempo però, dovrebbe spogliarsi di quel principio di autorità clericale che rende la parola di alcuni meno discutibile di quella di altri. Concretamente: il Papa dovrebbe essere libero

In una democrazia liberale come la nostra un capo religioso ha certamente il pieno diritto di esprimersi liberamente sulle grandi questioni di politica e società. Allo stesso tempo però, dovrebbe spogliarsi di quel principio di autorità clericale che rende la parola di alcuni meno discutibile di quella di altri.

Concretamente: il Papa dovrebbe essere libero di dire quel che vuole sulla politica (fintanto che non ordina ai parlamentari come votare) ma ad ognuno di noi dovrebbe essere concesso il diritto di criticare, anche aspramente, il cosiddetto “Santo Padre”, senza temere di essere rimproverati di lesa maestà. Abbiamo deciso di provare a farlo.

Prendiamo ad esempio le recenti parole di Benedetto XVI sull’immigrazione: punto primo, i paesi europei dovrebbero “sviluppare strutture di aiuto e accoglienza degli immigrati irregolari”. Fin qui una posizione rispettabile, anche se nel parlamento italiano ormai non sono più presenti partiti che la sosterrebbero senza farla seguire da un “ma-anche”. E’ invece col secondo punto che Ratzinger comincia a lasciare un pò perplessi.

Il Papa chiede infatti ai paesi di provenienza e di arrivo di “rimuovere le cause di migrazione irregolare”. Forse dimenticava che, in un mondo in cui il Nord (22% della popolazione) possiede l’80% delle risorse e in cui il Sud è responsabile della maggior parte della crescita demografica mondiale, il problema potrebbe forse essere un po’ complicato da risolvere (sempre che sia possibile).

Ma la perla migliore il Papa tedesco la riserva per il finale, quando sostiene che gli immigrati irregolari “vanno pure sensibilizzati sul valore della propria vita, che rappresenta un bene unico, sempre prezioso, da tutelare di fronte ai gravissimi rischi a cui si espongono”. Come se decidere di attraversare il canale di Sicilia in gommone fosse qualcosa che si decide di fare per amore del rischio, come scalare il K2. Forse qualcuno potrebbe provare a spiegare a questi migranti mattacchioni che la loro vita, in fin dei conti, non appartiene a loro ma a un’entità superiore, e che quindi non hanno diritto a metterla a repentaglio in questo modo: meglio crepare ognuno a casa propria.

In questi ultimi anni c’è stato spesso chi ha accusato la Chiesa di essere diventata un partito. Forse è stata una mossa saggia, da parte del clero, non fondarne uno per davvero. Con questo tipo di programma sull’immigrazione non andrebbe molto lontano alle elezioni.

Foto: nerosunero, Flickr