Cognome materno: è un diritto, Corte europea condanna l’Italia

Entro tre mesi la sentenza sarà definitiva. Nel frattempo, Roma deve “adottare riforme legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrata”.

Aggiornamento 19:46 – E’ al termine di una giornata in cui il dibattito si è scatenato un po’ ovunque, dalla rete ai bar, fin negli uffici e nelle nursery italiane, che il primo ministro italiano Enrico Letta si pronuncia sulla sentenza della Corte europea di giustizia di questa mattina. Il premier ha affidato a Twitter il suo pensiero:

L’argomento potrebbe dunque essere affrontato nei prossimi mesi dalla compagine governativa.

Cognome materno: è un diritto, Corte europea condanna l’Italia

La Corte europea dei diritti umani bacchetta e condanna l’Italia: “I genitori devono avere il diritto di dare ai figli il solo cognome materno”. Il nostro Paese avrebbe violato i diritti di una coppia di coniugi, avendo negato loro la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre invece di quello del padre. La sentenza diventerà definitiva tra tre mesi.

I giudici indicano che l’Italia “deve adottare riforme legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrata”. La Cassazione a più riprese aveva già fatto scricchiolare l’impianto giuridico italiano: nel 2006 e poi nel 2008 la Corte Suprema si era pronunciata in tal senso, chiedendo di attribuire il cognome materno ai figli legittimi nel caso in cui i genitori, concordemente, abbiano questo desiderio.

La sentenza stabiliva che, a seguito dell’approvazione – il 13 dicembre 2007 – del Trattato di Lisbona, anche l’Italia, come tutti i 27 Stati membri, avesse il dovere di uniformarsi ai principi fondamentali della Carta dei diritti Ue, tra i quali il divieto di “ogni discriminazione fondata sul sesso”. Se nel 2006 quello della Cassazione era stato più che altro un appello al parlamento, due anni dopo i magistrati avevano detto di essere pronti a rimuovere, disapplicandone, o avviando gli atti alla Consulta, le norme italiane in contrasto con i principi del Trattato.

Era stata una coppia milanese a rivolgersi alla Corte Suprema, dopo il no pronunciato dalla Corte d’appello di Milano alla loro richiesta di dare ai propri figli il cognome materno. I giudici avevano sentenziato che il cognome paterno era “retaggio di una concezione patriarcale della famiglia non più in sintonia con l’evoluzione della società e le fonti di diritti soprannazionali”. Nel 2012 un’altra svolta: l’aggiunta del cognome materno a quello del padre. Ma non la sostituzione. Che è ora l’imperativa richiesta della Corte europea.