Renzi-Letta, sulla riforma elettorale cade … l’asino?

Indossata la maglia di capitano Matteo Renzi s’è buttato subito all’attacco, andando in fuga, come i campioni di ciclismo nei tapponi delle grandi corse a tappe. Ora si tratta di vedere se c’è la stoffa per scalare da solo al comando tutte le dure salite che l’aspettano prima del traguardo assai lontano, non potendo sperare nell’aiuto della squadra (inesistente) e tanto meno nella comprensione e nella benevolenza degli avversari interni ed esterni al Pd.

Il sindaco di Firenze, come promesso, gioca duro, non cercando nel suo iniziale programma riformista mediazioni e mezze misure, puntando o alla vittoria immediata – vero e proprio trionfo – o alla sconfitta altrettanto immediata – vera e propria debacle, da tarpare le ali a una carriera potenzialmente ricca di futuro.

La tattica del “rottamatore” è oramai chiara: presentarsi come l’uomo nuovo delle riforme, mettendo con le spalle al muro avversari di tutti i colori e amici (Letta in primis), un ultimatum che se non accettato (soprattutto dal governo) può portare il Partito Democratico di Renzi a staccare la spina dell’esecutivo e puntare veloce al voto anticipato. Tertium non datur. A meno che, di fronte a un Letta con la schiena diritta ben coperto ancora da Giorgio Napolitano, anche il Pd si sgretola, lasciando Renzi con il cerino in mano, a bagnomaria, quindi isolato e “bruciato”.

Il problema non è tanto se Renzi fa del pidì un partito padronale a proprio uso e consumo, ma se Renzi usa il governo per calcoli di potere personale, ben al di là delle esigenze del Paese. Perché Matteo si rifiuta di mettere i “suoi” nella squadra di Palazzo Chigi? E’ un atteggiamento quanto meno ambiguo, per nulla costruttivo, dimostrando altresì una palese volontà di tenersi le mani libere per andare all’attacco della diligenza e fare saltare la maggioranza con le conseguenze note.

Proprio dalle minoranze del Pd arriva l’accusa più pesante nei confronti del neo segretario, paragonato a Berlusconi alla fine del governo Monti. Non sono pochi a pensare che la prima resa dei conti possa arrivare nella direzione di partito il prossimo 16 gennaio. Non ci vuole molto, dopo le dimissioni di Fassino, ad accendere la miccia, con conseguenze inimmaginabili per Renzi, per il Pd, per il governo, per l’intero quadro politico.

L’artiglieria ha già iniziato il suo lavoro con Beppe Fioroni che si rivolge a Renzi “non dell’autorevolezza di un leader ma di autoritarismo, di bullismo politico”. La minoranza interna ci va giù duro col nuovo leader perché “non ha preso ancora coscienza del suo ruolo di capo di partito e non più di leader di fazione”. Anzi, ancor più apertamente, Renzi viene definito come il rais che vuole cancellare tutte le correnti per mantenerne una sola, la sua. Di fatto, siamo alla solita logica di un Pd che vive il suo congresso permanente.

Letta, con il suo patto di governo, prova a giocare l’ultima carta, cercando di disinnescare le bomba ad orologeria del segretario del suo stesso partito. Fra pochi giorni si capirà se Renzi sparerà il suo colpo in canna. E’ sulla riforma elettorale che può cascare l’asino. Già, ma chi è l’asino?