Le dimissioni di Musharraf e il pericolo islamico. Uno sguardo ai nuovi equilibri mondiali

Viviamo un’epoca di grande trasformazione sul fronte degli equilibri internazionali. Dai tempi della Guerra fredda non si era più visto un tale fermento, oltretutto disperso su innumerevoli fronti, e i fattori in gioco si sono a loro volta moltiplicati rendendo sempre più ardua la scelta di una politica chiara e coerente da parte delle superpotenze.

di luca17

Viviamo un’epoca di grande trasformazione sul fronte degli equilibri internazionali. Dai tempi della Guerra fredda non si era più visto un tale fermento, oltretutto disperso su innumerevoli fronti, e i fattori in gioco si sono a loro volta moltiplicati rendendo sempre più ardua la scelta di una politica chiara e coerente da parte delle superpotenze. In questo scenario le dimissioni di Musharraf hanno complicato ulteriormente le cose, affondando la lama proprio nel maggiore punto debole degli USA, paradossalmente costituito proprio da un sistema democratico che soprattutto in fase elettorale crea dei vuoti di potere laceranti.

Il presidente pakistano è stato dunque indotto a dimettersi. Tutti conosciamo il sistema dittatoriale in cui ha stretto il paese, così come sappiamo che la coscienza ci spinge a sperare in un miglioramento delle condizioni di ogni popolo sotto forma di libertà e democrazia, ma purtroppo non è solo con i bei propositi che si costruisce la pace; esistono degli equilibri delicati che vanno preservati in nome della realpolitik, e il fronte afghano-pakistano è uno di questi.

Con l’uscita di scena di Musharraf viene a scomparire un alleato-chiave degli occidentali nella lotta al terrorismo, un uomo che ha tenuto in mano il paese con il pugno di ferro dei militari ma che ha anche il merito di aver impedito la presa di potere degli estremisti islamici in quella che potremmo definire la principale zona di confine mondiale. In ultima analisi il tutto si configura come una vittoria del terrorismo che ha infatti rialzato la testa sferrando un’offensiva senza precedenti in Pakistan e nel vicino Afghanistan.

In tutto questo si inquadra anche la crisi georgiana e il neo-imperialismo russo ispirato dal nuovo zar Putin, altro uomo-chiave in quella lotta contro l’islamizzazione, che la Nato non può permettersi di perdere. Ecco perché con ottima probabilità la Georgia (che ha comunque le sue gravi responsabilità nella crisi) sarà lasciata al suo destino in nome dell’antica logica delle sfere di influenza, e non è escluso che vedremo la nascita di uno o due staterelli indipendenti, sotto il protettorato russo.