Congo: papà adottivo “Intervenga il Papa”

Le famiglie italiane hanno scritto al pontefice, il ministro Kyenge attende una delegazione congolese per sbloccare la situazione.

“L’ultima speranza è un intervento del Pontefice a cui abbiamo peraltro già scritto”. Corrado Nota, uno dei genitori adottivi che fino a ieri erano bloccati in Congo, appena tornato ad Airasca, nel canavese, dice la sua sulla complicatissima questione diplomatica. Mentre sua moglie Paola è tuttora a Kinshasa insieme al figlio adottivo.

“Speriamo che le vie diplomatiche intraprese dalla Farnesina portino presto alla soluzione di una situazione difficile da sostenere”. Sul giornale La Stampa di oggi si parla di spiragli per un lieto fine di una storia che ogni giorno che passa si arricchisce di qualche rischio in più. Le 24 famiglie italiane bloccate da due mesi nel Paese africano possono insomma sperare in un “corridoio Kinshasa – Roma per aggirare la chiusura delle frontiere”.

A provocare lo stop da parte del governo del Congo sono state due vicende: il bimbo congolese adottato da un single canadese gay e la coppia statunitense che ha dato in adozione a un’altra coppia americana il minore adottato. Le famiglie del nostro Paese hanno continuato, in questi giorni, a parlare di imbrogli da parte di Kinshasa. Alla difficile situazione diplomatica si è aggiunta quella politica.

Ma ora la mediazione del ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge potrebbe dare i suoi frutti. La donna attende infatti una delegazione congolese per illustrare le norme che differenziato l’Italia dagli altri Paesi. A Roma, per esempio, non sono ammesse adozioni gay. Marco Griffini, presidente di Ai.Bi., ente che sta curando le adozioni in Congo, non è troppo ottimista però: “Il governo africano ha alzato un muro, è stato rivolto pure un appello a Papa Francesco, ma purtroppo la situazione è complicata. Era già accaduto in Nepal e Cambogia”.

L’ambasciata italiana a Kinshasa è in contatto 24 ore su 24 con le famiglie, l’Unità di crisi della Farnesina sta seguendo la situazione dopo il fallito colpo di stato dei giorni scorsi e le sparatorie avvenute nella capitale. Massimo De Toma, un altro papà che si trova tuttora in Congo, dice: “Pensiamo che il governo possa fare di più e chiediamo che il Papa intervenga direttamente. Questo è un Paese che ha il 70 per cento di cattolici. Parliamo di famiglie, non di commercio, non di armi, parliamo di bambini che soffrono”.

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