Napolitano, il (quasi) novantenne metà capo dello Stato e metà premier

Gli echi del discorso di fine d’anno del capo dello Stato non si smorzano, vuoi per i contenuti di un messaggio che non lesina critiche alla politica ma non dà spazio all’antipolitica, vuoi per il successo dell’audience televisivo che rimette in discussioni teorie sulla comunicazione politica e sulla capacità di bucare lo schermo.

Il fallimento del boicottaggio di Grillo e di Berlusconi, con quasi 10 milioni di italiani davanti alla tv a seguire prima del cenone del 31 dicembre il presidente della Repubblica, dimostra che c’è uno zoccolo duro nel Paese di gente delusa e critica ma che non si fa trascinare così facilmente dai promotori del “tutti a casa” nella logica del tanto peggio tanto meglio.

Non solo. Napolitano mette di fatto in discussione anche la teoria del rinnovamento generazionale (dei quarantenni) al potere ribadita dal premier Letta come toccasana e quella di Renzi sulla “rottamazione” tout court. Piaccia o meno è il quasi novantenne Giorgio Napolitano ad avere in mano oggi il potere: un doppio … quarantacinquenne, il primo Giorgio che fa il capo dello Stato con autorevolezza e cipiglio, il secondo Giorgio che fa il “consulente” emerito del capo del Governo e di fatto anche del Parlamento.

Nella politica che ha perduto ogni credibilità con i politici non “professionisti” (Berlusconi, Grillo ecc.) e con il discutibile apporto di esponenti della cosiddetta società civile, è Giorgio Napolitano, professionista della politica, a ridare un minimo di lustro al Palazzo, raccordandolo con il Paese reale.

Scrive il direttore di Avvenire Marco Tarquinio: “ Ho imparato, infatti, sin da bambino che la saggezza degli anziani ci è indispensabile, ma che non tutti gli anziani sono saggi. Ed esattamente allo stesso modo so che avere trenta o quarant’anni è una garanzia di forza e di idee, non sempre di mète chiare, condivisibili e coinvolgenti (dallo scorso febbraio abbiamo il più giovane Parlamento d’Europa, e per quanto ha fatto sinora purtroppo non ce ne possiamo gloriare…)”.

Gira e rigira va rispolverata la formula di Palmiro Togliatti (sostanzialmente la stessa di Alcide De Gasperi per la DC) del “rinnovamento nella continuità”, cioè rinnovarsi senza perdere il patrimonio prezioso di esperienze, di culture, di uomini. Ciò vale per la politica e per le istituzioni e vale in tutti i settori della vita quotidiana.

Così il discorso di Napolitano diventa non una predica ma l’indicatore di una svolta se spinge la politica (partiti e istituzioni) a “togliere i tappi” che tengono bloccati il sistema Italia. In questo senso, la tendenza al leaderismo, a creare il capo, ad alimentare il mito, a fondarsi sull’autorità dell’ipse dixit, della citazione usata in modo dogmatico, a rifugiarsi – insomma – sotto l’ombrello del capo, resta un limite tutto italiano: valeva ieri (solo per restare alla seconda Repubblica) per Berlusconi, vale oggi per Renzi, per Grillo ecc.

Il merito di Napolitano è quello di aver richiamato gli italiani a partecipare come protagonisti diretti del loro futuro e non come spettatori dediti alla protesta o al mugugno. Per questo obiettivo importante resta il ruolo dei partiti, quale strumento di partecipazione e di consenso democratici. E qui cade l’asino: quali partiti? Dove sono oggi i partiti? I partiti personali (quelli di Berlusconi e di Grillo) sono macchine elettorali e di potere ma anche il Pd degli opportunisti che saltano sempre sul carro del vincitore e il Pd di chi tace (il silenzio è un’espressione di volontà politica) hanno tolto fiato alla democrazia e ogni speranza agli italiani.

Il 5% degli italiani crede ancora nei partiti. Un cartellino rosso che impone quella svolta decisa e immediata richiamata dal capo dello Stato. L’alternativo è il salto nel buio.