Buon anno nuovo. La parola dell’anno 2013 è “equivoco”

La parola del 2013 è equivoco.

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La parola dell’anno? Individuarla è un gioco che piace tanto alla stampa di tutto il mondo. E non solo. L’Oxford Dictionary ha eletto parola del 2013 selfie. Nel suo sondaggio, il Corriere della Sera ha individuato come parola dell’anno (in Italia, ovviamente) femminicidio. Almeno sul cartaceo. Perché sull’online propone disrupter. Anche Repubblica gioca con i suoi lettori: nel sondaggio, ecco la possibilità di votare fra crisi, decadenza (figurarsi) o twerking (per dire, eh).

Vincesse twerking sarebbe splendido e sarebbe tutto merito di Miley Cyrus. Ma non vincerà: vincerà, invece, crisi.

Qui non faremo sondaggi. Primo, perché il gioco è fine a se stesso. Secondo, perché visto che il gioco si può giocare anche in solitaria, il sottoscritto, per dire, ha le idee molto chiare su quale sia la parola dell’anno.

Esattamente come mi è chiaro che la persona dell’anno è Edward Snowden.

La parola dell’anno 2013, per me, è equivoco. Niente di esotico. Il termine deriva dal latino aequivŏcus, composto da aequus (uguale) e dal tema di vocare (chiamare). Ecco come la definisce la Treccani

1. agg.

a. Di voce, locuzione, discorso, ecc., che si prestano a essere intesi in più modi […] anche di parole volutamente ambigue

2. s. m.

a. Interpretazione sbagliata, malinteso, errore venuto dallo scambiare fra loro cose o persone simili: parole chiare che non ammettono equivoci; spiegare l’e.; ci dev’essere un e.; a scanso d’equivoci; rivelano a noi, senza tema di equivoco, la presenza di assidue e attive ricamatrici (Palazzeschi). Anche di parole, locuzioni, frasi con doppio senso: si diletta di e. osceni.

b. Situazione ambigua, poco chiara, che dà o può dare adito a sospetti: è bene mettere le carte in tavola, non mi piace restare nell’e.; per uscire dall’e., ha deciso di confessare apertamente le sue responsabilità. ◆ Avv. equivocaménte, in modo equivoco, cioè non chiaro, ambiguo, o sospetto, disonesto: parlare, vivere equivocamente.

Il 2013 è stato un vero e proprio giardino di equivoci, di situazioni ambigue, di misunderstanding (per chi ama l’inglese ad ogni costo: si sa, sul web tira) che sono nati, cresciuti, fioriti rigogliosi giorno dopo giorno. Gli equivoci sono i peggiori nemici dei giornalisti e di chi si informa. Sono i peggiori nemici del pensiero critico: fanno bene alle larghe intese, azzerano la capacità di pensare.

Cominciamo dalla fine? Pensate alla manifestazione dei “forconi” e del coordinamento del 9 dicembre. Alla rivolta che non c’è stata, all’incapacità di capire le basi politiche (non a-politiche) del “movimento” (e di rileggerlo alla luce dell’ampia adesione di forze afferenti all’estrema destra) ma anche di individuare la complessità della composizione delle persone che sono scese in piazza: il malcontento generale intercettato, sebbene in misura molto inferiore rispetto a quanto ci si potesse aspettare, da slogan qualunquisti è un malcontento importante da analizzare e da capire.

L’euro e il tifo aprioristico per il medesimo è un clamoroso equivoco: chiedetelo ad Alberto Bagnai, per esempio. Sull’equivoco di base, però, si innestano le voci di protesta di chi grida forte e senza contenuto.

La Tav è un equivoco, così come i suoi i sostenitori che non sanno spiegarne davvero l’utilità – forse perché l’utilità non c’è – è un equivoco, così come è un equivoco il cantiere di Chiomonte: la “talpa” ci metterà 50 mesi solamente a scavare il tunnel geognostico. Ma anche la rappresentazione mediatica del movimento No Tav è volutamente equivoca.

Le larghe intese sono l’equivoco supremo della politica, il fraintendimento (anche qui, voluto) del risultato delle elezioni politiche di febbraio 2013. E la naturale conseguenza di questo equivoco è il governo Letta, un pastrocchio democristiano del tutto incompatibile con una coerente interpretazione del voto e dell’astensionismo.

Ma persino la produzione di contenuti sul web può diventare un enorme equivoco (leggetevi The Year We Broke The Internet, per rendervene conto. Leggetelo bene, perché è uno splendido saggio): le condivisioni indignate delle splendide non-notizie del Lercio e la viralità, gli influencer (equivoco che si autoalimenta e che ti costringe a twittare disperatamente per non perdere l’occasione di dire la tua su qualsiasi argomento trending). La notizia (*) più condivisa dell’anno, tanto delizioso (quanto improbabile) studio sul sesso orale che invita le donne a praticarne in abbondanza per non deprimersi (studio degno delle migliori barzellette dell’ex premier, che passerà alla storia più per l’avanspettacolo che per la politica).

In definitiva, a pensarci bene, gli equivoci nascono da una duplice spinta: la politica – nel senso svuotato che ha assunto termine – e l’uso che viene fatto dei mezzi di comunicazione. E’ equivoco un certo modo di fare giornalismo, parziale e fintamente non-schierasto, ma è equivoco anche l’attacco indiscriminato a tutti i giornalisti. E’ equivoco Enrico Letta quando prega i giornalisti di attenersi “al comunicato stampa”, è equivoco chi titola a prescindere secondo le proprie convinzioni o secondo i comunicati stampa. Sono equivoci i nomignoli dei decreti (“salva Roma”, “contro il femminicidio” e via dicendo), è equivoco chi difende a priori Gattuso dopo aver attaccato a priori Conte. E’ equivoca la foto di Pertini con aforisma sbagliato che gira sui social network e che penetra nella cultura popolare, è equivoco il modo in cui ci si indigna sui medesimi social network, è equivoco persino il modo in cui certe notizie si diffondono e certe altre no: ovunque ci si giri c’è un malinteso ad aspettarci, sorridente, sornione, in tutti i campi della nostra esistenza.

Sono malintesi persino le notizie che spariscono e, con esse, il pensiero che se una notizia sparisce allora non esista più (ricordo l’anno scorso a Ferrara quando dal pubblico qualcuno disse a David Graber che Occupy Wall Street non aveva ottenuto un bel nulla. L’antropologo spiegò, paziente e a prova di equivoco, che i grandi cambiamenti richiedono decine di anni). Sono equivoci i titoli, le agende mediatiche; sono equivoci i sommari delle “notizie importanti” e i temi di cui si doveva occupare chi, un tempo, sulla carta, aveva a cuore la giustizia sociale. Sono equivoci la destra e la sinistra.

Sono equivoci tutti coloro che non parlano chiaro per difendere le proprie rendite di posizione.

Nel 2013 i malintesi si sono moltiplicati: sembra che i malintesi aumentino proporzionalmente all’aumento delle possibilità di contatto fra esseri umani. Non siamo immuni nemmeno qui, su Blogo, dagli equivoci (e la pensiamo come Luke O’Neil su Esquire): nessuno ha le mani pulite. Però sappiamo che ci proviamo, a rileggere le notizie, a non cadere nelle bufale, a correggerci e a utilizzare un minimo di spirito critico, nel rispetto di quel claim – informazione libera e indipendente – che ci caratterizza. Solo che il web corre veloce e bisogna correre altrettanto in fretta per non perdere il passo: il live, il qui e ora, la tempestività, sono importanti. Ma non devono mai far perdere di vista la rilettura critica e approfondita degli eventi. Non sempre è possibile: tempi e denari non sempre lo permettono. A volte ci riusciamo, a volte no. Ma si può fare e, senz’altro, ci si può provare con onestà (anche intellettuale).

Ecco, l’onestà intellettuale: è l’unica via per uscire dall’equivoco.

Alberto Puliafito
direttore responsabile di Blogo.it

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