Da papa Benedetto a papa Francesco: il 2013 della chiesa cattolica

Una riflessione sull’anno che ha visto compiersi gesti che non si ricordavano a memoria d’uomo: le dimissioni di un pontefice e la coabitazione di due papi in Vaticano.

di robo

Resterà senza dubbio negli annali della chiesa cattolica questo 2013 che sta per chiudersi, un anno che ha visto un vero e proprio terremoto nella chiesa stessa. Se è innegabile che papa Francesco sia una rivoluzione a tutto tondo, troppo spesso ci si dimentica di papa Benedetto, Joseph Ratzinger che ha reso possibile tale cambiamento di rotta. L’11 febbraio 2013, infatti, papa Benedetto ha compiuto un gesto che nessuno prima di lui aveva compiuto negli ultimi secoli: ha cioè rinunciato al soglio pontificio aprendo così le porte del conclave che poi ha portato all’elezione di Bergoglio. Se Benedetto non si fosse dimesso, oggi non avremmo Francesco: giova ricordarlo, soprattutto in rete, perché troppo spesso si emettono giudizi superficiali, frutto di semplici “mi piace” o retweet non di una riflessione che scaturisce da valutazioni.

L’eccezionalità di questo evento è stato sottolineato anche da padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa Vaticana. Per padre Lombardi, la scelta di papa Benedetto di dimettersi:

ha segnato quest’anno e continuerà a segnare anche le prossime epoche della Chiesa. Io penso, infatti, che avrà sue conseguenze per quanto riguarda i prossimi Pontificati. È un’apertura di una strada, diciamo di una possibilità, che, come diceva bene Benedetto, proprio nella sua motivazione alla rinuncia, è connessa anche ai tempi che noi stiamo vivendo. Non tanto, quindi, a una sua semplice situazione personale, quanto alla collocazione nei tempi con l’accelerazione, l’accumulo dei problemi che pongono. E questo è stato visto dal Papa con grande lucidità e con grande umiltà, proprio per dare la possibilità di una guida, che lui ha definito di rinnovato vigore, alla Chiesa. Cosa che effettivamente è avvenuta ed è avvenuta in un modo impressionate e inaspettato.

Nei giorni scorsi ha giustamente notato Paolo Mieli che papa Benedetto dimettendosi ha dato forza al suo successore: chiunque sarebbe il nuovo pontefice, avrebbe potuto contare su un evento senza precedenti a memoria d’uomo per poter iniziare il proprio ministero petrino.

Che poi, a dirla tutta, in tema di giudizi trancianti anche papa Francesco ne è stato vittima: non dimentichiamo che subito dopo la sua elezione è partita una vera e propria campagna di demolizione proprio su quei social network che ora lo idolatrano. Si è dipinto Bergoglio come oppressore dei popoli, collaboratore dei regimi dittatoriali sudamericani e altre questioni del genere. Notava a proposito Michela Murgia in un acutissimo post dal titolo Bergoglio o pregiudizio, pubblicato tre giorni dopo l’elezione di Francesco:

Io in questi giorni ho scoperto tre cose fondamentali per la ridefinizione del mio concetto di ridicolo: la prima è che è pieno di gente che cinque minuti dopo l’elezione del papa aveva già letto e sottolineato tutta la bibliografia di Verbitsky ed era in grado di citarla a braccio almeno per 140 caratteri. La seconda è che è pieno di gente sinceramente sorpresa che il conclave non abbia eletto papa un attivista dei diritti lgbt. La terza è che ci sono giornalisti che riportano senza uno straccio di contradditorio qualunque infamante e parzialissima opinione virgolettata e poi sono convinti di passare per equilibrati aggiungendo frasi paracule come “è un giornalista di cui ho stima infinita, ma io comunque non ho un’opinione certa sulla colpevolezza della persona di cui parla”. Non si finisce mai di imparare.

Essere papa oggi, al tempo dei social network, è anche questo. E papa Francesco, forte di quanto gli ha consegnato papa Francesco, è chiamato a portare avanti la chiesa cattolica, piaccia o non piaccia alla blogosfera.

Foto | Il Post