Ai giovani turchi del Pd non piace il job act di Renzi

In un lungo articolo su “Left Wing” Matteo Orfini, Chiara Gribaudo, Valentina Paris e Fausto Raciti espongono le loro idee per il piano sul lavoro.

Matteo Orfini, Chiara Gribaudo, Valentina Paris e Fausto Raciti, ossia alcuni di quelli che vengono definiti i giovani turchi del Pd, l’ala di sinistra del partito, ha scritto un articolo proprio su Left Wing (ala sinistra appunto) in cui critica costruttivamente le idee di Matteo Renzi ed Enrico Letta per quanto riguarda rispettivamente il job act (il piano sul lavoro) e alcune misure inserite nella legge di Stabilità.

Nell’articolo (che trovate interamente a questo link) gli autori sostengono che l’intervento sul cuneo fiscale previsto dalla manovra finanziaria non avrà l’effetto sperato sui consumi perché quel poco che i lavoratori si ritroveranno in più in busta paga molto probabilmente lo risparmieranno e non lo spenderanno subito. Secondo loro sarebbe invece stato meglio utilizzare diversamente le risorse disponibili perché quanto sta facendo il governo rischia di rivelarsi un grave spreco e sembra derivare soprattutto da una “esigenza propagandistica di rivendicare il segno meno sulla tassazione” più che una concreta attenzione all’economia reale.

Ma i giovani turchi non appoggiano neanche l’idea di Renzi e del suo job act di agire sulle regole del mercato del lavoro e sulla formazione per creare occupazione e ridurre il gap occupazionale tra giovani e adulti. Non serve flessibilità e non è vero che un lavoro precario e meglio che non avere alcun lavoro perché la realtà dei fatti dimostra il contrario, cioè che è meglio aspettare il lavoro giusto stando al “riparo del guscio famigliare” che rischiare di cadere nella “trappola della precarietà”, ma questo è un meccanismo che favorisce che ha alle spalle una famiglia che lo può mantenere.

Secondo Orfini e soci il vero punto da cui partire per trasformare la precarietà in flessibilità è di “universalizzare almeno alcuni diritti” come per esempio la copertura per malattia e maternità indipendentemente dalla durata del contratto. Inoltre occorre trovare strumenti che impediscano che l’aumento dei costi per le imprese si vada a scaricare sulla busta paga del lavoratore e valutare magari l’introduzione di un “equo compenso” per tutte le professioni che non hanno una contrattazione collettiva.

Molto significativa la conclusione del lungo articolo, praticamente una saggio breve, con un’evidente allusione allo slogan della campagna elettorale del segretario del Pd Renzi:

“Per creare lavoro occorre rompere le barriere ideologiche e superare i tabù che in questo ventennio hanno impedito di considerare quella degli investimenti pubblici diretti a generare occupazione una opzione possibile: nell’Italia di oggi è l’unica opzione possibile.
Farlo vorrebbe dire ‘cambiare verso’. Ma per davvero”

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