Crisi Capitale – Roma rischia di perdere l’eccellenza ovale e il Sei Nazioni

Non è una novità, ne abbiamo già parlato a lungo qui e, tra voci e certezze, non è certo la notizia del giorno. Ma Valerio Vecchiarelli, collega de Il Corriere della Sera, lo ha messo nero su bianco sulle pagine romane del quotidiano di Via Solferino l’altro ieri. Il rugby rischia di scomparire da Roma.

Non è una novità, ne abbiamo già parlato a lungo qui e, tra voci e certezze, non è certo la notizia del giorno. Ma Valerio Vecchiarelli, collega de Il Corriere della Sera, lo ha messo nero su bianco sulle pagine romane del quotidiano di Via Solferino l'altro ieri. Il rugby rischia di scomparire da Roma. Persa la Celtic League, ora la Capitale rischia di veder abbandonare Paolo Abbondanza e la sua Rugby Roma, ma, cosa ben più grave, rischia di veder scappare il 6 Nazioni. Nessuna ripicca veneta, nessun complotto protoleghista. Semplice inettitudine. Quella che da anni lascia che lo Stadio Flaminio sia un rudere fatiscente e ridicolo, come denunciato anche qui già da tempo.

La prima cosa da sottolineare, prima di andare avanti, è che le critiche e le paure che vengono portate alla luce arrivano da Roma, dalle pagine romane di un quotidiano importante e da un giornalista romano. Un fatto che deve far riflettere e che deve servire a evitare le solite prese di posizione pro o anti Roma.
Un giornalista che, giustamente, mette in risalto i numeri, più che positivi e importanti, del rugby capitolino: "59 società che si dividono tra vertice assoluto e livello gio­vanile, circa 6.000 tesserati, che rappresentano il 14% del­l’intero movimento italiano". Una risorsa che, però, è stata sprecata negli ultimi anni. Da un punto di vista sportivo, come evidenzia ancora Vecchiarelli: "Il di­scorso diventa sempre più politico, perché spostarlo sul piano tecnico sarebbe un sui­cidio: il Benetton Treviso, la squadra che si sarebbe resa protagonista del clamoroso scippo celtico, ha inchiodato alla sconfitta in Heineken Cup (la Champions League del rugby) niente di meno che i campioni di Francia del Perpignan, impresa mai riu­scita a un club italiano. La Futura Park Rugby Ro­ma, invece, che dovrebbe rappresentare il naturale em­brione di ciò che saranno i Praetorians, in Challenge Cup (la coppa Uefa del rugby) è tornata da Bayonne con 61 punti di passivo sulle spalle. Un’umiliazione cocen­te". Anche se, giustamente, bisogna ribadire il concetto che Benetton Treviso e Rugby Roma, oggi, non sono Benetton Treviso e Pretoriani di domani.
Ma andiamo al di là di fatti, sportivi o meno, risaputi e sui quali è inutile soffermarsi. Perché il Corriere della Sera va oltre, prospettando due scenari tetri per Roma. Il primo interno, riguardante le realtà d'elitè capitoline. La Capitolina scomparsa, la Lazio in Serie A che punta a una non facile promozione e la Rugby Roma, a un passo dal possibile addio, come confermano le parole di Vecchiarelli: "Abbondanza, che è uomo di ampie vedute, non ha nascosto le sue difficoltà ad andare avanti qualora non abbia la possibilità di al­largare i propri confini (e i propri investimenti) su un panorama e un mercato più ampio, come poteva essere quello disegnato dalla lega celtica. Avrà voglia di conti­nuare a spendere e impegnar­si in un campionato ridimen­sionato, declassato, semipro­fessionistico, come sarà quel­lo italiano dal prossimo an­no?". Non certo una sorpresa, ma la conferma di una sensazione che molti avevano e hanno: con l'addio al sogno celtico Abbondanza è pronto a dare l'addio al rugby. E con lui a dare l'addio sarà Roma.
Ma non finisce qui. Tra ultimatum federali (Dondi subito dopo il 18 luglio e subito dopo il 2 ottobre) e sparate istituzionali (Cochi dopo il 2 ottobre) si fa sempre più forte il sentore che anche il 6 Nazioni sia a rischio. Non per ripicche o altro. Non per volontà di Dondi o di Cochi. Semplicemente perché nei Paesi seri, in quelli dove le cose funzionano, l'organizzazione esiste e la dignità è ancora un valore, in quei Paesi che si chiamano Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda e Francia il Flaminio fa schifo. Già. Perché manca un lavoro strutturale di ammodernamento, perché i gabinetti, dove ci sono, sono fogne all'aperto, perché gli ingressi sono pochi, scomodi e pericolosi, perché i seggiolini sono degni del Burundi, perché in tribuna stampa un collega british scopre di non avere la corrente né la connessione internet. Insomma, perché il Flaminio è indegno, così come è ora, di ospitare una manifestazione come il 6 Nazioni. E Vecchiarelli lo dice, anche se con parole più pacate: "E se non si provvederà in fretta a dare allo stadio Flami­nio la veste imposta dallo standard del Sei Nazioni, con il Board dei padroni del vapo­re che continua a far pressio­ne perché l’Italia giochi in uno stadio adeguato alle nuo­ve esigenze logistico-televisi­ve di quello che è uno dei più grandi business dello sport europeo, la Capitale ri­schia anche di perdere lo spettacolo della Nazionale e del fascino antico di un Tor­neo unico al mondo".

Insomma, il tempo stringe e i problemi sono tanti. Il rugby italiano non può permettersi di perdere Roma e il centrosud non può permettersi di perdere il rugby che conta. Ma non possiamo continuare a giocare in quel teatrino politico e squallido che punta tutto sulle divisioni nord-sud. Perché la verità è evidente. Roma sta rischiando di scomparire dalla geografia ovale italiana e mondiale. E sta rischiando di farlo con le sue proprie mani. Non può permetterselo e non possiamo permettercelo tutti. Ma non possiamo neanche permetterci di dare carta bianca a chi usa il rugby per interessi personali o a chi da anni, e con ogni tipo di colore politico, fa promesse vane e mai mantenute.