Renzi fa il “bel gesto” verso Cuperlo ma c’è il niet dei “rottamati”. D’Alema richiama i … riservisti?

Il “bel gesto” di Matteo Renzi della presidenza della segreteria a Gianni Cuperlo rifiutata per il niet di D’Alema e Bersani dimostra che nel Pd la partita dei tempi regolamentari è finita ma continua ai supplementari.

Anzi, dai borbottii di chi domenica notte già smontava i gazebo, gli stessi che da sempre tengono aperte le sezioni, fanno il tesseramento e mettono in piedi le Feste di partito, par di capire che la partita proseguirà anche oltre, negli spogliatoi, con code e strascichi di vario tipo, non escludendo niente, persino la famigerata scissione.

Il trionfatore delle primarie ha giocato bene la carta del “recupero” degli sconfitti, con una proposta che – una volta rifiutata dai diretti interessati– fa capire subito le reali intenzioni su una scacchiera di un partito sempre alla ricerca del leader “salvatore” e della identità “nuova” capace di sostituire l’ingombrante passato dei genitori, leggi Pci e Dc.

Con il suo “bel gesto” il segretario trionfatore delle primarie, ha adesso carta bianca e può decidere da solo il da farsi, sapendo però che per aprirsi davvero al Paese e per dialogare con tutti gli elettori ha bisogno di liberarsi della zavorra dentro il partito, di chi già corre a minare il terreno dopo aver già avvelenato i pozzi. Addirittura c’è chi minaccia – come fece a suo tempo a pochi giorni dalla fine … Adolf Hitler – di disporre della bomba h, cioè – tradotto in chiave odierna – di avere in mano il grimaldello della cassaforte del partito, una montagna di soldi senza i quali non si fa strada. Nodi da sciogliere e in fretta. Vedremo.

Quando i partiti erano una cosa seria (con i loro limiti) e quando i leader erano veri leader (con i loro limiti), il segretario uscente (o perché “trombato” o perché malato) abbandonava la scena, limitandosi a vergare le proprie memorie, a godersi nipotini e canarini.

Fatto fuori al congresso di Napoli del 1954 da Amintore Fanfani, mai Alcide De Gasperi ne contestò la direzione della nuova Dc. Lo stesso fece Aldo Moro con Fanfani, Andreotti con Moro. Idem nel Pci, Luigi Longo con Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer con Longo.

Ora, il buon Bersani si sporge subito in avanti (troppo) e critica la composizione della nuova segreteria “composta per metà da uomini di Renzi e per metà da quelli di Franceschini”. A parte il fatto che non è vero, ma non pare essere questo un forte argomento su cui rilanciare una lotta politica interna credibile. Eccesso di zelo? E’ la dimostrazione di un astio e di una volontà di rivincita mai sopite.

Renzi sa che la pentola continua a bollire e che non si può prendere il largo quando il porto può essere sabotato dagli “amici” interni più che dai nemici esterni. Due sono le strade che il nuovo segretario può prendere: far finta di niente e lasciare che le minoranze si consumino come una candela, o portare alla soluzione finale lo slogan della “rottamazione”, ripulendo gli angolini, “senza fare prigionieri”. Tertium non datur.

Perché su una cosa (magari anche su due …) Massimo D’Alema ha ragione: “Persino Craxi mi voleva cancellare, e sapete come è finita; questi mi vogliono far fuori, ma aspettate e vedrete..”. Una minaccia da spompato livoroso o il primo squillo di tromba per richiamare in campo i riservisti?

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