Caos Italia – Celtic League, 6 Nazioni, San Siro, All Blacks, Springboks… ok, tutto bello. Ma alla Federazione il rugby vero interessa?

Che bello presentarsi come team partecipante al Sei Nazioni. Che emozione e che impegno per entrare nella famosa Celtic League. Che pubblicità e che onore fare il tutto esaurito allo stadio San Siro di Milano, sfidando i famigerati All Blacks. E che vanto ospitare i campioni del mondo e neovincitori del Tri Nations del Sud

Che bello presentarsi come team partecipante al Sei Nazioni. Che emozione e che impegno per entrare nella famosa Celtic League. Che pubblicità e che onore fare il tutto esaurito allo stadio San Siro di Milano, sfidando i famigerati All Blacks. E che vanto ospitare i campioni del mondo e neovincitori del Tri Nations del Sud Africa. Già, gli impegni della Federazione e dei suoi dirigenti sono tanti, e tutti di grande vanto. Ma, tolta la patina d’oro, a Dondi & co. interessa veramente il rugby? Quello di base, quello delle serie minori, quello femminile, quello delle scuole? Sembra proprio di no…

Basta leggere i messaggi che mi arrivano su Facebook di appassionati e giocatori, basta girare per l’Italia e chiacchierare con i dirigenti, le giocatrici o i tifosi. Basta anche solo passare vicino a una sede (di norma provvisoria e raffazzonata) per sentire le grida disperate. Già, perché chi vuole giocare a rugby senza andare in Celtic League, chi vuole mettere su una squadra di Serie C, senza l’ambizione di giocare al Meazza, o chi vuole portare il rugby, maschile e femminile, nelle zone meno ovali d’Italia si trova davanti muri insormontabili.

Perché è già un dramma tesserare un giocatore. Tra fax, raccomandate, telefonate (mail no, troppo semplice!) chi gestisce l’amministrazione di una squadra perde giornate intere per riuscire a tesserare un giocatore, magari non potendolo utilizzare nelle amichevoli o a inizio campionato. E non parliamo di tesserare Mauro Bergamasco, no, parliamo di un ragazzino di 22 anni che, magari, decide di cambiare squadra nella stessa zona, solo per essere più vicino a casa con gli allenamenti. Parliamo di segretarie, alla Fir, che rimandano a regolamenti inesistenti e, quando pressate, rispondono “Boh, non ci sarà scritto, ma si è sempre fatto così”. Già, ad minchiam, come diceva un noto professore!

E questo è il meno, perché significa che una società esiste, ha un campo e un giocatore da tesserare. Ma chi, invece, vuole solo portare la palla ovale in una zona calciofila? Ho avuto tante testimonianze, da Dalmine (povere ragazze, rimbalzate di qua e di là senza sapere se si potrà fare una squadra) alla Toscana, dall’Isana Rugby di Busignetto di Verolengo a tante piccole realtà del sud. Se un club appena nato chiede un contributo minimo alla Fir, nell’ambito delle poche migliaia di euro, viene rimbalzato. Per ottenere finanziamenti, infatti, serve un progetto di almeno 50.000 euro, da far fare a un geometra, da anticipare e, poi, forse, si riceverà un rimborso del 50%. Come se tutti i club avessero decine di migliaia di euro sull’unghia da spendere.

Per non parlare del progetto scuola, tanto amato ai piani alti. Finanziamenti? Aiuti? Materiale? Tutto a carico dei club, i quali devono fare propaganda a proprie spese. Punto. E in un periodo di crisi come questo è anche difficile, soprattutto in zone poco ovali, trovare sponsor che credano in questi progetti, che diano una mano seria che vada al di là della cena offerta dalla pizzeria dello zio o dal terzo tempo al pub del pilone della squadra.

Ho citato l’Isana Rugby perché è l’esempio più bello (o brutto?) della passione ovale. Senza finanziamenti, senza un campo, in una regione, il Piemonte, che poco conosce il rugby, questi ragazzi hanno rimesso in piedi un vecchio campo da calcio malandato, hanno raccolto un po’ di pazzi e appassionati e, lavorando da soli, usando i macchinari dei compagni muratori, agricoltori e degli amici elettricisti, hanno montato i pali, seminato il terreno, rimesso a norma gli spogliatoi e, in poche settimane, si sono costruiti quella che loro chiamano “la nostra casa”. Tutto da soli, senza l’aiuto di quella Federazione che, prima di pensare ai celti, dovrebbe pensare ai suoi ragazzi. Quelli che sudano, che placcano, che corrono. Per passione.

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