Trattativa Stato-mafia, ecco perché Mancino è indagato

Le contraddizioni negli interrogatori alla base del rinvio a giudizio per l’ex ministro dell’Interno

di guido

Tra i dodici rinviati a giudizio per la vicenda della presunta trattativa tra Stato e mafia, il nome di Nicola Mancino compare assieme a quello di mafiosi come Riina e Provenzano, e di alti ufficiali come Mori e De Donno, ma i capi di imputazione sono diversi: mentre per la maggior parte le accuse riguardano l’associazione a delinquere di stampo mafioso e la minaccia a corpo politico dello Stato, Mancino è stato chiamato in giudizio per falsa testimonianza. I magistrati di Palermo non hanno creduto alle dichiarazioni rilasciate dall’ex ministro Dc nell’udienza del processo contro Mori e Obinu, in cui era teste della difesa.

Nel corso di quell’udienza, risalente allo scorso febbraio, Mancino aveva inanellato una serie di contraddizioni e “non ricordo” che non hanno convinto i giudici. In particolare il pm Di Matteo già in aula gli rimproverò alcune dichiarazioni in cui Mancino contraddiceva quanto aveva detto meno di tre anni prima, in un altro interrogatorio. Vediamo quali sono le contraddizioni che hanno portato al rinvio a giudizio.

Trattativa stato-mafia: i rinvii a giudizio
Marcello Dell'UtriBernardo ProvenzanoTotò RiinaGiovanni Brusca


La contraddizione più grande riguarda l’esistenza di una spaccatura all’interno di Cosa Nostra (da sfruttare per trattare con una parte delle mafia), e il fatto che Mancino ne fosse a conoscenza. Nel 2009, di fronte ai giudici di Caltanisetta e Palermo, Mancino disse di essere a conoscenza di queste due correnti, tanto da aver rilasciato dichiarazioni in merito anche in un’intervista al Giornale di Sicilia. Nel 2012, Mancino cambia versione: non poteva essere a conoscenza di una trattativa tra Stato e mafia perché non sapeva neppure che esistesse una spaccatura nella mafia. Al pm Di Matteo che lo mette di fronte alle vecchie dichiarazioni, Mancino dice di ricordare solo vagamente una relazione di Pino Arlacchi, ma ribadisce di non saperne niente.

Io so che c’erano queste due posizioni riferitemi anche da Arlacchi… ma che io possa confermare oggi quello che mi si attribuisce rispetto a quello che ho detto… io posso anche dire che… il tempo passato è tale che una memoria di ferro… per quanto io abbia una discreta memoria non sorregge alla domanda… io non posso dire che nel 1992 c’erano queste due… spaccature….

Poi Mancino va in contraddizione con il suo predecessore al Viminale Vincenzo Scotti, che sostiene di essere stato defenestrato dal Governo Amato proprio per il suo impegno contro la mafia. Scotti, in aula, sostenne che la sua sostituzione al Viminale arrivò totalmente inaspettata, mentre Mancino afferma che fu lo stesso Scotti a rinunciare al ministero dell’Interno nonostante lui stesso avesse provato a convincerlo a restare.

Le contraddizioni riguardano anche le dichiarazioni di un altro ex ministro, Claudio Martelli, Guardasigilli fino al 1993. Martelli ha raccontato di aver fatto presente più volte a Mancino l’esistenza della trattativa, invitandolo a intervenire sui vertici dell’Arma coinvolti, ma l’ex ministro dell’Interno, anche in questo caso, dice di non ricordare. Così come nega che in Consiglio dei ministri si sia discusso della sospensione del 41bis per 140 boss mafiosi, nonostante nel 1992 Mancino stesso scrisse un’informativa della Dia lo avesse messo al corrente della decisione in anticipo.

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