Trattativa Stato-mafia: Mancino si difende e attacca i giudici di Palermo

L’ex ministro dell’Interno risponde alla richiesta di rinvio a giudizio di Palermo

di guido

Insieme a Dell’Utri è il nome più celebre tra i rinviati a giudizio nell’inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia: Nicola Mancino, ex presidente del Senato e vicepresidente del Csm, papabile per la presidenza della Repubblica nel 1999 e nel 2006, ex ministro democristiano degli Interni nel 1992-93. Proprio per questo incarico è finito nelle indagini di Palermo, le stesse delle famigerate intercettazioni telefoniche che hanno toccato anche Napolitano.

Mancino è accusato di falsa testimonianza riguardo quello che a tutti gli effetti sarebbe un tentativo di accordo (o di resa) tra i vertici dello Stato italiano e la cupola di Cosa Nostra. La prova della trattativa sarebbe, tra gli altri, nella sospensione del 41bis per 140 detenuti mafiosi decisa dall’allora ministro di Grazia e Giustizia Conso. Ma Conso oggi non figura tra gli indagati, al contrario di Mancino, su cui i magistrati nutrono sospetti anche per alcune testimonianze contraddittorie e i numerosi “non ricordo” riguardanti il suo periodo al Viminale. Ma, appena diramata la notizia della richiesta di rinvio a giudizio, Mancino non ha tardato a rispondere.

Trattativa stato-mafia: i rinvii a giudizio
Marcello Dell'UtriBernardo ProvenzanoTotò RiinaGiovanni Brusca

Preferisco farmi giudicare da un giudice terzo. Dimostrerò la mia estraneita’ ai fatti addebitatimi ritenuti falsa testimonianza, e la mia fedeltà allo Stato

si legge in una nota, ma Mancino non manca di criticare i giudici di Palermo:

Dopo la comunicazione della conclusione delle indagini sulla cosiddetta trattativa fra uomini dello Stato ed esponenti della mafia, ho chiesto inutilmente al Pubblico ministero di Palermo di ascoltare i responsabili nazionale dell’ordine e della sicurezza pubblica (capi di gabinetto, direttori della DIA, capi della mia segreteria, prof. Arlacchi, ad esempio), i soli in grado di dichiarare se erano mai stati a conoscenza o se mi avessero parlato di contatti fra gli ufficiali dei carabinieri e Vito Ciancimino e, tramite questi, con esponenti di Cosa Nostra. A questo punto ho rinunciato al proposito di farmi di nuovo interrogare e di esibire documenti

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