L’inno di Mameli è un inno alla retorica, oltre a essere il più brutto del mondo

Umberto Bossi ha un merito indiscutibile che si pone al di sopra delle polemiche di questi giorni: darci finalmente l’occasione di liberare la questione inno nazionale dall’incommensurabile contorno di ipocrisie che da sempre la anima. Tutti sappiamo infatti come il Canto degli Italiani (questo il nome originale) abbia una partitura musicale orrenda e improvvisata e

di luca17

Umberto Bossi ha un merito indiscutibile che si pone al di sopra delle polemiche di questi giorni: darci finalmente l’occasione di liberare la questione inno nazionale dall’incommensurabile contorno di ipocrisie che da sempre la anima. Tutti sappiamo infatti come il Canto degli Italiani (questo il nome originale) abbia una partitura musicale orrenda e improvvisata e un testo che definire retorico è un eufemismo. Questa marcetta sciapa e melensa è sempre stata al centro di battute ironiche e di un malcelato senso di inferiorità nazionale, sullo stile del certo che la Marsigliese è un’altra cosa, quindi lo scandalo dove sta?

Semplice, signori, è tutta questione di convenienze politiche. Negli anni della contestazione si guardava all’Inno di Mameli come a una delle più stupide e reazionarie manifestazioni di nazionalismo, e la sinistra che bruciava le bandiere in piazza (qualcuno se lo sarà dimenticato, io no) lo usava sistematicamente per mettere in ridicolo l’amor di patria e altri concetti similari. Ricordo benissimo un episodio che mi capitò alle medie, quando nell’ora di educazione musicale io e un compagno trovammo il 45 giri mameliano in uno scaffale e lo mettemmo sul piatto per fare uno scherzo alla professoressa, che ci faceva ascoltare Guccini e Vecchioni ed era “comunista così”. Be’, la signora si arrabbiò a tal punto da minacciare la nostra sospensione, e il bello è che era un’ora di ascolto libero.

Questo per dire che clima si respirava a scuola negli anni 70-80, cioè quando ancora la Lega non esisteva e la sinistra immaginava ancora una patria sovranazionale sotto l’egida della falce e del martello. Tutti, e dico tutti i partiti italiani nel dopoguerra tolsero la bandiera dallo stemma, con le sole eccezioni di Msi e Pli, proprio per affrancarsi da ogni simbolo nazionalista, e nell’unico caso in cui ancora si sentivano gli inni (allo stadio) si parlava di vetero-patriottismo e si ridicolizzavano gli atleti stranieri che lo cantavano, mentre i nostri se ne guardavano bene.

E poi? Poi è arrivata la Lega, e improvvisamente a sinistra, a destra e al centro ha fatto comodo condurre una campagna di recupero dei simboli di unità nazionale, sfociata della ridicola colpevolizzazione dei calciatori che non cantavano, mentre si citavano quelli del rugby come esempio da seguire. Fu il presidente Ciampi che più di ogni altro si fece carico di condurre questa operazione esilarante, sfociata nell’approvazione di un disegno di legge del 2005 che doveva promuovere Fratelli d’Italia a inno ufficiale della Repubblica. E lì siamo rimasti, perché tecnicamente l’inno è ancora provvisorio.

Tornando al testo, anche qui c’è da rabbrividire. L’elmo di Scipione, il sangue polacco, l’aquila austriaca spennata, i bimbi che si chiamano balilla… la retorica di tutto ciò si commenta da sola. Se poi vogliamo tornare sulla pietra dello scandalo, la vittoria ch’è schiava di Roma, non si sa se ridere o piangere; già il termine “schiava” nell’Anno Domini 2008 suona sinistro, ma peggio ancora è l’ennesima strumentalizzazione (questa sì di stampo fascista) dell’Impero Romano.

Tutta la marcetta in pratica, citando Roma, Legnano e i Vespri, rappresenta un disperato tentativo di mettere insieme gli scarsi episodi unitari nella storia di una nazione che nazione non è. E’ stata unificata, non unita, e per quanto si possa esserne contenti o meno la storia rimane e qualunque tentativo di piegarla al proprio volere finisce per risultare ridicolo, un po’ come Italia di Mino Reitano.

Si è parlato di sostituire Fratelli d’Italia con il coro del Nabucco o addirittura con Azzurro, e ora si cita la Canzone del Piave. Be’ se proprio dobbiamo farlo forse questa sarebbe la soluzione migliore, almeno ha un significato storico e si lega a una vittoria bellica (anche qui discutibile, ma non vogliamo aprire troppe parentesi). A voi il giudizio, come sempre.