Affari italiani – Campionato senza sponsor per la crisi. E se fosse una bufala di chi non vuole la Celtic League?

E’ una litania che si sente ormai da mesi. Con la crisi economica e la decisione della Fir di puntare sulla Celtic League gli sponsor stanno scappando dal mondo della palla ovale. Il campionato italiano, quindi, rischierebbe di trovarsi senza soldi, obbligando le società a tornare al puro dilettantismo e ad affrontare mille problemi economici

E' una litania che si sente ormai da mesi. Con la crisi economica e la decisione della Fir di puntare sulla Celtic League gli sponsor stanno scappando dal mondo della palla ovale. Il campionato italiano, quindi, rischierebbe di trovarsi senza soldi, obbligando le società a tornare al puro dilettantismo e ad affrontare mille problemi economici per far quadrare i bilanci. Certo, la crisi c'è e gli sponsor sono difficili da scovare, ma è proprio vero che è tutta colpa della lega celtica? Una ricerca dello Studio Ghiretti dimostrerebbe proprio il contrario.

Lo Studio Ghiretti e associati è da anni in prima linea nel mondo dello sport, offrendo consulenza e marketing a tutti i livelli e in molti sport. Anche nel rugby, dove è stato ed è uno dei protagonisti e di cui conosce molto bene i meccanismi economici. Proprio in questi giorni, infatti, lo Studio Ghiretti ha pubblicato una ricerca legata al mondo delle sponsorizzazioni nello sport, analizzando in particolar modo i settori che fanno riferimento agli sport di squadra in Italia, quindi calcio, volley, basket e, ovviamente, rugby. Con dei risultati molto interessanti.
Il primo punto evidenziato dalla ricerca è la frammentazione degli sponsor, cioé la presenza di numerosi finanziatori per un solo club. Le 138 società sportive prese in esame dal Focus hanno raccolto 4.853 sponsorizzazioni, per una media di 35,2 sponsor a testa, con i picchi di 40,7 del basket o 43,2 del volley.
La seconda evidenza della ricerca è la tipologia di sponsor. I marchi storici che fanno riferimento al food&beverage sono in calo, complice la crisi economica, mentre il 25% dei title sponsor (cioé gli sponsor di maglia o coloro che danno il nome alla squadra) si concentra su aziende di credito, assicurazione e bancarie.
Ma è il terzo punto della ricerca a essere il più interessante. Di fronte a una frammentazione delle sponsorizzazioni si è notata una crescita importantissima della partnership territoriale, cioé legata ad aziende locali e non nazionali. Il confronto con lo scenario del 1999 è emblematico: 10 stagioni fa le aziende locali che facevano da sponsor alle società sportive erano il 60.2% mentre oggi sono cresciute al 75%. Il dato sale addirittura all’85% se si considera il rugby ed al 78% col volley. L’unico sport, come prevedibile, in controtendenza è il calcio, dove il 29% delle aziende sono nazionali, ovvero non hanno radicamento sul territorio della squadra sponsorizzata. Cosa significa tutto ciò? Significa che gli sponsor nazionali sono interessati a quei palcoscenici più mediaticamente importanti, come il calcio, e dove l'interesse è spostato anche al di fuori dei confini nazionali.
Nel rugby sono dieci anni che gli sponsor nazionali latitano. Tolti alcuni nomi storici, infatti, la palla ovale vive di partnership legate al territorio, localistiche e localizzate. Può, quindi, la Celtic League uccidere il rugby italiano? A leggere i numeri no. Perché gli sponsor nazionali, quelli che potrebbero essere interessati alla lega celtica, tranne un paio di casi, non erano presenti nel mondo del rugby neanche prima. E gli altri? Gli sponsor locali? A loro la Celtic League non interessa, mentre un campionato nazionale meno pretenzioso, con più giovani, meno stranieri e costi in parte ridotti non potrà che fare più gola.