Assemblea del Pd, inutile “liturgia” per augurarsi buone ferie estive

All’assemblea del Pd è successo quel che doveva succedere: niente. Ecco l’essenza del partito di Bersani: confusione, indecisione, divisione.


All’Assemblea nazionale del Pd di ieri a Roma è successo quel che doveva succedere: niente. Questo organismo rappresenta perfettamente il partito di Bersani, essenza di confusione, indecisione, divisione. I roboanti annunci della vigilia ancora una volta vengono disattesi e il risultato sul piano politico è pari a zero.

Il rottamatore Renzi attacca Bersani nei corridoi “Il segretario pensa di metterci in saccoccia, ma si sbaglia”. E il contestatore Parisi replica sconsolato: “Oggi sulle primarie, una pietra tombale”. Le poche emozioni vengono dai soliti guastatori che si agitano presentando mozioni come fossero ancora nelle assemblee studentesche del sessantotto.

Bersani ha provato a fare il segretario, con una relazione da segretario, come se il Pd fosse un partito vero. Ma il Pd è tutt’al più una spugna: assorbe tutto e il contrario di tutto.

E ognuno è contento così, certo che la linea che passa è la propria linea. Un modo democratico per andare ognuno per la propria strada, ben coperti nella propria corrente o correntina, con l’unico vero obiettivo di preservare il proprio sgabello in questa Assemblea, intesa come fastidiosa riunione perditempo. Chi è qui conta poco, ma al congresso ci si è sbranati giorni e notti per esserci e per esserci con il proprio gregario, il capobastone locale, o all’ombra del proprio capocordata.

Questa Assemblea non lascia traccia negli italiani ma è pur sempre il vero lasciapassare-catapulta per gli appuntamenti elettorali futuri: un posto qua oggi serve per avere una poltrona domani, in parlamento, nelle istituzioni locali, nel ginepraio dei consigli di amministrazioni delle ex municipalizzate. L’aria che si respira in questa Assemblea è aria di beghe interne. Così si tradisce il dovere del Partito democratico che è quello di mettere in campo un nuovo progetto dell’Italia.

In questa sala ovattata nessuno ricorda il monito del vecchio saggio ingraiano Alfredo Reichlin: “Non basterà agire “dall’alto”: bisognerà risvegliare le risorse più profonde e vitali del Paese. Ecco la grande impresa in cui si è messo il Pd. È quella di restituire alla democrazia il potere di decidere, il che al fondo consiste nel rovesciare il rapporto di subalternità della politica rispetto all’economia. La democrazia non solo come procedura ma come la libertà delle persone, le quali attraverso un nuovo potere politico vengono messe in condizione di decidere del proprio destino. È qui che si fonda la ragione della riunificazione delle forze riformiste e la novità del profilo di una forza che assume la missione di restituire al “principe” (cioè alla gente) l’enorme potenziale creativo degli italiani, la loro libertà di scegliere, di intraprendere, di realizzarsi”.

Un altro partito: Se il vecchio Pci si nutriva di storia fino a rischiare l’indigestione, adesso il Pd sembra consumarsi nell’inedia. Questi amici e compagni dell’Assemblea del Pd sono in un “altro” partito, meglio ancora, in un altro mondo. Ma così il Pd non va oltre le proprie ombre e i propri fantasmi.

Forse serve davvero un altro leader. Ma una figura nuova non s’intravede, come non si intravede l’idea, la traccia di una nuova cultura politica. Ecco perché sarà difficile ridurre i tempi di una lunga separazione del Pd e del centrosinistra italiano dall’Italia reale.

Alla fine, un solo uomo può salvare il Partito Democratico: Silvio Berlusconi. Perché il berlusconismo resta il collante per tenere insieme i cocci di questo partito dall’amalgama mal riuscita. Di fatto l’Assemblea è stato un meeting inutile, l’occasione per augurarsi buone ferie estive.