Berlusconi, ultimo round. Il Pd fra “malpancisti” e “signori delle tessere”

Con il 7 a 6 di ieri nella Giunta del Senato che sfocerà con il voto palese in aula alla fuoriuscita di Berlusconi da Palazzo Madama (e dal Palazzo) l’Italia della seconda Repubblica prosegue nel crinale fra farsa e tragedia.

Siamo sempre il Paese dei distinguo, dei “si, ma”, delle interpretazioni tirate ad uso personale e di gruppo, degli annunci clamorosi seguiti dalle immancabili disdette, del rinvio come scelta politica e modus vivendi. Si spera sempre che siano altri a cavare le castagne dal fuoco, come in politica il Pd e la sinistra, fans acritici e … “mozzaorecchi” dei giudici capaci di fare il miracolo: eliminare Silvio Berlusconi non sul piano elettorale e politico, ma per via giudiziaria.

Ora, lungi da noi, di prendere le difese dell’ “Unto del Signore” di Arcore che ha fallito completamente nel suo progetto di rinnovare l’Italia, badando – come si dice – solo ai fatti propri. Il berlusconismo ha messo in ginocchio il Paese lasciandolo più povero e più diviso, in mezzo al guado sotto ogni profilo. Qui non si vuole neppure ricordare, calendario in mano, gli anni di governo del centrodestra e del centrosinistra, per dividerne le responsabilità e le colpe dello status dell’Italia.

Ma una domanda s’impone: quale è e cosa è il partito per antonomasia alternativo al Pdl-Forza Italia e al berlusconismo, cioè il Partito Democratico? Quale è il messaggio che il Pd lancia al Paese mentre Berlusconi affonda e il centrodestra è nel caos?

Il Renzi dell’ultima Leopolda, lampi promozionali e mediatici a parte, non ha tolto dubbi né sul personaggio prossimo segretario annunciato né tanto meno sul pidì, partito sempre in fibrillazione interna e sempre sul punto di implodere. Nel Pd – unito solo dall’antiberlusconismo – ognuno cerca di impallinare il vicino di poltrona, ognuno sparge veleno contro il proprio partito, il governo che sostiene, la maggioranza di cui fa parte.

E’ il partito dei malpancisti, a cominciare da Enrico Letta che difende solo per doveri “d’ufficio” l’esecutivo delle “larghe intese” ma che appare quale vittima sacrificale che fa quel che non vorrebbe fare in un governo che non è quello che lui vorrebbe.

Impigliato in parlamento sulla Legge di stabilità, dove ogni partito tira la coperta per evidenti interessi elettoralistici, il governo gira attorno a se stesso, ben sapendo che i partiti hanno altro da fare, Pd compreso, nella baraonda delle Primarie-Congresso. La battuta di Beppe Fioroni è fin troppo ottimista: “Invece di parlare di ex Pci ed ex Dc stiamo attenti a non trasformarci tutti in ex Pd” in quanto Pci e DC non c’entrano affatto, tanto meno c’entrano quegli ideali e quelle politiche, qui ci si scannano per un piatto di lenticchie, per non perdere poltrone e strapuntini, al centro come in periferia.

La rottamazione (cosa ben diverso dal rinnovamento), oltre che sbagliata, ha tolto al Pd energie, alimentando vieppiù rancori risentimenti vendette rivincite, con la libera uscita ai signori delle tessere e alla cianfrusaglia del cialtrume (e canagliesco) sotto apparato impegnato in una ininterrotta guerra fra potentati e faide. La cronaca parla in questi giorni di quel che succede in quasi tutta Italia – compravendita di voti e tessere, tesseramento gonfiato e/o falso – rimandando ai peggiori periodi della peggior Dc.

Renzi non vede e non sente, ma in questo gioco di feudatari e ras, portaborse e sciacalli, i cosiddetti renziani (specie quelli numerosissimi dell’ultima ora) sono in prima fila, non a spingere il carro del partito ma a salir sopra alla barca che va nella direzione del (proprio) potere.

Sul piano politico, nel Pd c’è uno scontro su strategie, contenuti e contenitori incompatibili fra candidati leader, correnti e base. “Questa famosa base – scrive l’ex Pci Peppino Caldarola – deve decidersi (e i suoi leader devono affiancarla in questa dura fatica): se il compito del Pd è ridotto alla pura testimonianza in attesa di un fronte comune con Vendola e i grillini o se deve cercare, nelle condizioni date, di strappare qualche merito di fronte al paese per aver fatto fare un passo avanti all’Italia. La base non sempre ha ragione. Ebbe torto quando si oppose al Togliatti del partito di massa e visse per anni la suggestione di Pietro Secchia, quando si sentì estranea alla Costituzione pensando alla rivoluzione, quando, penso a quella socialista, visse con maldipancia e rotture l’avvento del centro-sinistra, quando osteggiò, penso a quella comunista, l’idea di un compromesso storico, quando in questi anni si è illusa che una procura e non un urna elettorale avrebbe battuto Berlusconi. Pacificare significa accettare l’esistenza dell’altro per come l’altro sceglie di essere. E’ l’abc”.

Già, da dove si inizia o da dove si ricomincia? Spazzato via il Cav – impossibile senza l’intervento delle procure – può un Pd siffatto ridare fiducia agli italiani e costituire una speranza di rinascita per l’Italia?