Siria, l’esercito di Assad e l’operazione “Fame fino alla sottomissione”

L’esercito lealista isola le periferie di Damasco: nessuno può uscire, niente può entrare. Epidemia di poliomelite nel nordest del Paese

Si aggrava il profilo umanitario del drammatico conflitto civile in Siria: nonostante i media abbiano un po’ dimenticato la cronaca di questo conflitto, l’orrore della guerra civile non finisce di macchiare indelebilmente i sogni e le speranze di centinaia di migliaia di uomini, donne, bambini.

L’ultima trovata strategica dell’esercito regolare fedele al Presidente Bashar al-Assad ha preso corpo da qualche tempo: è l’operazione “Fame fino alla sottomissione” e consiste nell’isolamento, da parte dell’esercito, di vari quartieri della periferia di Damasco all’interno dei quali si anniderebbero “dei terroristi”, come la propaganda baathista definisce l’Esercito Siriano Libero.

La notizia è stata riportata dall’agenzia stampa Reuters, che cita un funzionario delle forze di sicurezza siriane: niente può entrare (nè cibo nè medicinali) e nessuno può uscire, l’assedio delle forze regolari alle zone residenziali di Damasco si è recentemente inasprito nel tentativo di dare una stretta alla resistenza anti-Assad, che ha superato da tempo le porte della capitale Damasco.

Il blocco dell’esercito lealista dei quartieri periferici sta però letteralmente affamando la popolazione, già provata da due anni ininterrotti di guerra civile, fatta di bombardamenti, violenze, coprifuoco: racconta la Reuters che ad un check-point che separa la periferia orientale della capitale dal centro, erano gli inizi di ottobre, un ragazzo in bicicletta si è avvicinato ad uno dei militari di sorveglianza pregandolo di autorizzarlo a prendere un sacchetto di pane pita:

“Non un solo boccone è consentito più in là di questo punto. Non le faccio io le regole ma qualcuno più grande di me, che in questo momento ci sta guardando…vai a casa.”

I blocchi, presenti già dall’estate del 2011, sono diventati uno strumento di guerra a bassa intensità, al pari della propaganda pro-Assad e del metodo “bastone-carota” utilizzato sulla popolazione; l’inasprimento delle regole dei check-point ha però aggravato ulteriormente una situazione umanitaria già critica: in alcune zone mancano completamente i medicinali (che convergono, con tutti i beni di prima necessità, verso il fronte più caldo), l’acqua è inquinata e possono passare giorni prima di poter mettere in bocca qualcosa. Persino agli operatori umanitari viene spesso interdetto l’accesso ai quartieri e oramai i posti di blocco sono diventati dei veri e propri punti di controllo, utilizzati da entrambe le parti per marcare il territorio.

Secondo le Nazioni Unite oltre un milione di civili siriani sono letteralmente intrappolati in questa condizione, la metà nelle zone rurali di Damasco ed altre 310mila nella provincia di Homs; Abu Haidar, un funzionario di sicurezza governativa, ha spiegato:

“Ci piace definire questa fase Fame fino alla sottomissione.”

Gli abitanti delle cittadine di Qudsayya e Hameh (città sunnite, molto vicine ai ribelli), a nord di Damasco, riferiscono che durante il primo giorno della festa islamica Eid al-Adha (la Festa del Sacrificio, cominciata a metà ottobre) è stato loro proibito di uscire di casa per far visita ai parenti; secondo alcune fonti tutti i veicoli civili sono interdetti all’accesso: i militari controllano ad ogni occasione le auto, che vengono abbandonate al check-point, per prevenire attività di contrabbando di pane, latte per l’infanzia, riso, medicinali.

Nel frattempo nel nord del Paese, nella provincia di Deir al-Zour, Oliver Rosenbauer dell’Organizzazione Mondiale della Sanità denuncia il rischio concreto di una diffusione su larga scala di malattie come la poliomelite: il conflitto in corso impedisce profilassi e vaccinazioni alla popolazione civile. Agli inizi di ottobre erano stati segnalati una decina di casi di bambini afflitti da poliomelite flaccida (l’ultimo caso era del 1999); prima del 2011, quando scoppiò il conflitto, il 95% dei bambini era vaccinato contro la polio ma la guerra e seguente la crisi umanitaria hanno messo in ginocchio il paese, provocando oltre 100mila morti e quasi 7 milioni di sfollati.

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