Primarie Pd, il programma di Matteo Renzi: “Cambiare verso” (PDF)

Partito Democratico, legge elettorale, lavoro. I punti principali nell’agenda del rottamatore.

I candidati alle Primarie Pd non hanno ancora ufficializzato i loro programmi, ma almeno per quanto riguarda il frontman di questa competizione, Matteo Renzi, le posizioni fondamentali sono già abbastanza chiare, sia per quanto riguarda il partito (ma nella mente del rottamatore questo non ha poi così tanta importanza), sia per quanto riguarda l’Italia. La posizione che fa più rumore, in questo periodo, è proprio la dichiarazione di Renzi contro le larghe intese. Soprattutto se si considera che dopo le elezioni 2013 era stato proprio il sindaco di Firenze ad appoggiare l’ipotesi di un governissimo Pd-Pdl.

Evidentemente deve aver cambiato idea, dal momento che nell’intervista rilasciata a L’Unità dice: “Voglio che le larghe intese non tornino mai più. Se qualcuno immagina che le larghe intese siano il futuro, e non mi riferisco a Enrico Letta che è un convinto bipolarista, sappia che con noi non riusciranno”. In verità, Renzi punta a imporre l’addio alle larghe intese via riforma elettorale: “Se vinco io il Pd presenterà una proposta di legge elettorale molto netta che imponga il bipolarismo e l’alternanza“. Da tutto ciò si può desumere che, a marzo, la non contrarietà di Renzi al governissimo fosse causata dallo stato di necessità seguito ai risultati elettorali, situazione che punta a non far ripetere imponendo l’alternanza, come detto, attraverso la legge elettorale.

Ma di che legge elettorale si tratta? Maggioritario a doppio turno con soglia di sbarramento. Quindi sul modello francese, ma anche grosso modo vicino al modo in cui in Italia vengono eletti i sindaci. In effetti è vero che una legge elettorale di questo tipo dovrebbe garantire stabilità e rendere molto improbabili le grandi intese, dal momento che favorisce i partiti più grandi senza bisogno di giganti premi elettorali.

Partito Democratico. Dal momento che Matteo Renzi è al momento candidato alla carica di segreteria, è giusto spendere anche qualche parola sulla sua idea di Pd. Da tempo Renzi parla della necessità di un partito dei sindaci, intendendo con questo un Pd meno legato alla dirigenza romana e con una leadership più diffusa che faccia riferimento alle personalità che hanno saputo imporsi nei vari territori. Meno centralizzato, quindi, e necessariamente meno coerente, ma anche per questo in grado di intercettare voti non tradizionalmente destinati al Pd, anche grazie alle varie “interpretazioni” del partito che si possono dare in aree diverse con sensibilità diverse. Il radicamento nel territorio non viene meno, quindi, ma allo stesso tempo il partito diventa meno legato alla burocrazia e più leggero.

Finanziamento pubblico ai partiti. Non è una novità, Renzi è da tempo contrario al finanziamento pubblico ai partiti. Il modo in cui questo modello va superato l’ha mostrato nelle scorse primarie, quando ha accettato donazioni da parte di soggetti privati, organizzando anche cene con il mondo della finanza che hanno creato parecchie polemiche, e poi rendendo tutto pubblico pubblicando la lista delle persone che avevano finanziato la sua campagna elettorale.

Lavoro. Il tema è uno dei punti più delicati per Matteo Renzi, che ha idee parecchio lontane da quelle tradizionali della sinistra. Esempio di questo è il suo disinteresse nei confronti dell’articolo 18: disinteresse esemplificato dalle famose parole “dell’articolo 18 non me ne può fregare di meno” e che si possono tradurre in una “non contrarietà” alla sua abolizione. Per il resto, l’idea è di superare la precarietà provando a imporre il modello del contratto d’apprendistato di 36 mesi al quale segue il contratto a tempo indeterminato. I licenziamenti sono possibili, ma il lavoratore ha diritto a un indennizzo economico invece che al reintegro.

Cuneo fiscale. Argomento al centro del dibattitto in questi giorni in cui si discute della Legge di stabilità, Renzi punta a interventi pari a 20 miliardi di euro per permettere alle fasce più deboli di avere aumenti in busta paga pari a circa 100 euro al mese. Da finanziare come? Sul punto Renzi non è molto originale, visto che le sue promesse assomigliano a quelle già sentite più volte e mai realizzate: contributo sulle pensioni d’oro, tagli mirati alla spesa pubblica e recupero dell’evasione fiscale.

Dismissioni beni pubblici. Favorevole anche Renzi alla dismissione dei beni pubblici che sta provando a mettere in piedi anche il governo Letta, il ricavato di queste vendite dovrebbe essere interamente utilizzato alla riduzione del debito pubblico, che “può tornare al 100% nel giro di 3/4 anni”.

Patto di stabilità. Com’è probabilmente per tutti i sindaci, anche Renzi non è favorevole al patto di stabilità al 3% imposto dall’Europa. Una misura che forse può andare bene in periodo di crescita economica ma che rischia di strangolare le economie nei momenti di recessione. E così, bisogna allenare la presa, ma prima di farlo è necessario “fare le riforme che stiamo rinviando da troppo tempo”.

Banche. Del tema Renzi ha parlato in modo approfondito in un’intervista al Corriere della Sera: “Anche le banche hanno le loro colpe da emendare. Ogni euro investito in operazioni di sistema e perduto è un euro tolto alle aziende, alle famiglie, agli artigiani consegnati all’usura che alimenta la criminalità. Il sistema bancario è entrato in mondi da cui dovrebbe uscire. Compresa l’editoria. Faccio il tifo per i manager che stanno cambiando il sistema. Deve finire il capitalismo relazionale, in cui spesso lo Stato ha finito per coprire le perdite”. Manca però il “come”, i modi in cui Renzi punta a raggiungere questo obiettivo che è comune, probabilmente, alla maggioranza dei politici.

Tra gli altri temi che sicuramente saranno fissati nel programma ufficiale di Renzi ci sarà l’abolizione delle province, gli investimenti nella scuola, sburocratizzazione e taglio dei costi della politica.