Agrigento, i carnefici commemorano le 366 vittime del naufragio di Lampedusa

La commemorazione dei 366 morti di Lampedusa avverrà oggi ad Agrigento: una passerella politica dove i carnefici celebreranno le vittime

Oltre al danno, la beffa. Si potrebbe riassumere così la giornata di oggi: ad Agrigento si terrà alle ore 16 di oggi la commemorazione dei 366 migranti morti affogati il 3 ottobre scorso a largo dell’Isola dei Conigli, a Lampedusa; sono attesi sul molo turistico del porto di San Leone il ministro dell’Interno e vicepremier, Angelino Alfano, e quello dell’Integrazione Cecile Kyenge.

Non un funerale, il Presidente del Consiglio Enrico Letta in persona aveva promesso il 9 ottobre inutili ma simbolici funerali di Stato per le vittime, ma una semplice commemorazione: senza bare (già tumulate), senza lacrime (se non quelle di coccodrillo), senza amici e parenti delle vittime, ma con una sfilata di autorità degna di una convention internazionale.

Oltre ai ministri Alfano e Kyenge infatti saranno presenti le autorità di alcuni dei paesi di provenienza delle vittime, una beffa che si aggiunge al danno delle loro morti in mare, nel tentativo drammatico di fuggire dal loro paese d’origine: e così accanto ai membri del governo italiano ci sarà l’ambasciatore del regime eritreo Zemede Tekle, che nei giorni scorsi si è anche recato a Lampedusa (secondo i rifugiati eritrei l’identificazione dei morti è stata un pretesto per nascondere l’operazione di identificazione dei vivi): nel naufragio, a parte due sudanesi e sei somali, i morti sembra siano eritrei quasi tutti, ben 358 su 366.

“L’ambasciatore eritreo insieme a due funzionari ha chiesto al governo italiano la lista dei sopravvissuti al naufragio di Lampedusa, 148 eritrei. Questo è pazzesco, noi l’abbiamo saputo e abbiamo avvisato subito l’Onu, che ha contattato il ministero degli Interni, che a quel punto gliel’ha negata. Però a Lampedusa è stato permesso ad alcuni eritrei, spie del regime, di entrare a contatto con i sopravvissuti. Queste persone stanno prendendo le loro generalità, fanno foto, ottengono informazioni. Non doveva essere permesso a nessuno di mettere in pericolo le vite delle famiglie dei richiedenti asilo e quindi anche dei sopravvissuti stessi.”

In un’intervista rilasciata a Tempi padre Mussie Zerai, sacerdote eritreo che con la sua associazione Habeshia si occupa di dar voce a chi scappa dall’Eritrea e dall’Etiopia, lancia accuse pesantissime, chiare, sia al governo italiano che a quello eritreo: l’Eritrea è un paese in cui esiste un unico partito politico che governa il Paese nella totale negazione dei diritti civili ed umani ai cittadini, grazie ad un fortissimo controllo sui mezzi d’informazione: Reporters sans frontières classifica l’Eritrea all’ultimo posto al mondo (173º) per il rispetto dei diritti di comunicazione ed informazione. L’Eritrea è l’unico paese al mondo, con gli Stati Uniti, ad applicare una tassazione del 2% sui redditi all’estero dei propri cittadini, somma che viene utilizzata per finanziare la guerra contro l’Etiopia: chi non paga il 2% sui redditi prodotti all’estero non può rinnovare i documenti, riscuotere un’eredità o effettuare compravendite.

I rifugiati eritrei, fuggendo da una realtà fortemente repressiva, non vogliono avere alcun contatto con la loro ambasciata, non riconoscendone la legittimità (come illegittimo è il regime di Iasaias Afewerki): fame, guerra, carestie, repressione politica, totale assenza di libertà di pensiero e di religione, povertà, questo rappresenta l’ambasciatore eritreo per chi fugge dal Paese africano. Il tentativo del regime eritreo è evidente: speculare sui morti, tentando di far passare l’idea che essi non siano migranti in fuga ma immigrati irregolari in cerca di lavoro, nonostante al 75% dei migranti provenienti dall’Eritrea giunti in Europa negli ultimi anni sia stato riconosciuto lo status di rifugiato politico.

Invitare l’ambasciatore eritreo alla commemorazione di Agrigento è l’ultimo tassello di una vergogna nazionale che dal 3 ottobre tiene banco nelle cronache nazionali ed internazionali: dal naufragio alle reazioni politiche, dalla gestione dei corpi alle promesse vuote, dalla tumulazione senza funerali alla commemorazione dei carnefici, è impossibile immaginare un riposo eterno dignitoso per i 366 morti di Lampedusa.

La presenza di Tekle ad Agrigento, accando ad Alfano e Kyenge, è la beffa che si aggiunge al danno, è il raschiare il fondo di un barile che si pensava avere toccato con la mancata promessa sui funerali di Stato: per questo il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini non parteciperà alla commemorazione, così come anche il primo cittadino della stessa Agrigento, Marco Zambuto.

In tutto questo ci sono anche i superstiti, lasciati a Lampedusa e dunque impossibilitati a partecipare alla commemorazione dei compagni di sventura (o dei parenti, di sventura): a loro non resta che la protesta, in atto in questo momento, al Centro d’Accoglienza della piccola isola.

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