Letta, manovra “trappola”? Spunta la mannaia di nuove tasse

La manovra varata dal governo Letta tende a congelare la difficile situazione politica ed economica, con una sostanziale continuità rispetto al passato che non imprime al Paese il cambio di passo tanto atteso e anzi crea ancora delusione e contrapposizioni.

Il piano triennale punta ad abbassare la pressione fiscale al 43,3% in rapporto al Pil dal 44,2% di oggi, ma, oggettivamente, tanti sono gli ostacoli e i punti interrogativi – sul piano politico ed economico – che mettono in discussione anche questo obiettivo. La manovra – lo dicono imprenditori e sindacati – non incide realmente sul costo del lavoro e il contentino dei 14 euro promessi in busta paga ai lavoratori ha il sapore di una beffa, tant’è che presto si vedranno le conseguenze, con scioperi e lotte nel pubblico impiego e nel settore privato.

In definitiva si teme che con questa “manovrina” – di buon senso ma priva di ambizioni e di scelte strutturali innovative – non ci sia la spinta per rilanciare l’economia reale e si rischi di non agganciare la possibile prossima ripresa.

Ma c’è un altro rischio immediato e concreto. Scrive oggi sul Sole 24 Ore Fabrizio Forquet: “ Nell’ultima versione della legge di stabilità si rimanda a un decreto da emanare entro il 31 marzo 2014 per definire un aumento delle accise e del prelievo fiscale per cifre considerevoli: si tratta di 3 miliardi nel 2015, 7 miliardi nel 2016 e 10 miliardi nel 2017. L’aumento potrà essere evitato se ci saranno corrispondenti tagli alla spesa attraverso la spending review. Una sorta di clausola di salvaguardia incrociata. Che getta però un’ombra inquietante sulla manovra, con il rischio di un aumento delle tasse molto considerevole se non si procederà con tagli di spesa tutti ancora da individuare”. Capito?

Ecco perché le fibrillazioni dei partiti, Pdl in testa, pur frutto di beghe tutte interne soprattutto legate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, trovano terreno fertile per una sempre possibile resa dei conti prima in Parlamento e poi nelle urne.