La mamma di Pantani: “Mi piacerebbe parlare con Armstrong, è una vittima del sistema”

La signora Tonina ha scritto con Francesco Ceniti il libro “Nel nome di Marco”.

Tra tre mesi saranno dieci anni esatti che Marco Pantani non c’è più e il Giro d’Italia 2014 sarà in gran parte dedicato a lui. Ricordarlo attraverso alcune delle sue strade però non è sufficiente per rendere onore a un atleta, ma soprattutto a un uomo che non c’è più e sulla cui morte dopo tanto tempo ci sono ancora tanti aspetti da chiarire.

Chi, ovviamente, vuole sapere come e perché Marco Pantani è morto quel 14 febbraio del 2004, è sua madre Tonina che ha di recente pubblicato un libro scritto con Francesco Ceniti e che si intitola Nel nome di Marco.

Alla presentazione del volume, la signora Pantani ha rilasciato un’intervista a Ivano Pasqualino di Repubblica.it ed è tornata a ribadire che non smetterà mai di lottare per la verità sulla scomparsa del figlio:

“Io lo dirò fino alla fine che me lo hanno ucciso. Mio figlio non me lo darà indietro più nessuno, ma almeno voglio la verità. Per una madre già è bruttissimo non avere più il proprio figlio e sentirne la mancanza ogni giorno, ma poi non sapere nemmeno perché e come è morto è la cosa peggiore”

Alla signora Tonina non manca il Pirata ciclista, perché, dice, a lei non è mai importato più di tanto del corridore, non ci capiva molto di quello sport e ha iniziato a interessarsene solo quando suo figlio è morto, ha cercato di documentarsi, perché voleva saperne di più su quel mondo che le aveva portato via Marco.

Un episodio su cui la madre di Pantani si è soffermata in particolare sia nell’intervista sia nel libro è quello che, di fatto, ha decretato la fine della carriera del Pirata, anche se poi è tornato a correre anche dopo e a vincere in qualche caso, ma senza mai più essere quello straordinario corridore che aveva vinto Giro e Tour nel 1998. L’episodio in questione è quello di Madonna di Campiglio dove, il 5 giugno 1999, alle 10:10 del mattino furono resi noti i risultati di un controllo effettuato quella mattina stessa sul sangue di Pantani e dal quale risultò un valore di ematocrito del 52%. Il limite massimo consentito era il 50%, ma c’era un margine di tolleranza dell’1%. Il sangue di pantani superava dell’1% anche tale margine e dunque il Pirata fu fermato per 15 giorni quando mancavano due tappe alla vittoria finale del suo secondo Giro d’Italia consecutivo.

Quel giorno Pantani disse:

“Mi sono rialzato dopo tanti infortuni e sono sempre tornato a correre, ma questa volta abbiamo toccato il fondo e rialzarmi sarà molto difficile”

Per molti quello è il giorno in cui Pantani ha smesso di essere il Pirata e sua madre non ha dubbi:

“A Madonna di Campiglio Marco è stato fregato perché quel valore di 52 di ematocrito non era suo, c’è stato qualcosa che non ha funzionato. Io non posso dire con certezza cosa è successo perché non ho le prove, ma sono convinta che è successo qualcosa. Quel controllo per lui era diventata un’ossessione. Il medico che gli fece il prelievo gli aveva sbattuto più volte la provetta sotto il naso dicendo: ‘Poi non dire che questa non è tua’”

Nel libro viene spiegato che il controllo di quella mattina non era conforme alle regole dell’UCI, ma Marco venne fermato e da lì cominciò il suo calvario e iniziarono anche le accuse di doping, sebbene quella sospensione non fosse dovuta all’uso di sostanze dopanti, ma semplicemente a una regola che, per tutelare la salute dei ciclisti, vieta di correre con valori del sangue con eccesso di globuli rossi, cosa che avviene anche semplicemente nel caso in cui l’atleta abbia fatto uno sforzo eccessivo e non necessariamente uso di doping.

Su questo episodio si è molto ricamato, ma non è mai stata fatta chiarezza. Addirittura Renato Vallanzasca scrisse una lettera alla signora Tonina dicendole che un suo conoscente che faceva parte di un giro di scommesse clandestine, prima del 5 giugno, gli aveva suggerito di scommettere che Pantani non avrebbe vinto il Tour, anche se era favorissimo e a un passo dalla vittoria.

Ma neanche sulla morte del campione è mai stata fatta chiarezza e la tesi dei suoi famigliari è sempre stata quella dell’omicidio, perché troppo strane le circostanze in cui è stato ritrovato, così come il fatto che avesse ingerito così tanta cocaina da provocare l’overdose e il conseguente edema polmonare e cerebrale che l’ha ucciso.

Nell’intervista la signora Pantani, oltre a parlare del figlio, ha citato anche un altro ciclista, Lance Armstrong e ha detto:

“Anche Armstrong è vittima di un sistema. Avrei piacere a incontrarlo per fare una chiacchierata. Io non do la colpa a lui, ma a tutto quello che lo circonda, è inutile dare la colpa al ciclista, dietro ci sono tante altre persone”

I casi di Pantani e Amstrong, però, sono molto diversi: l’autopsia sul Pirata ha dimostrato, attraverso l’analisi del midollo osseo, che di certo non aveva fatto uso frequente e in grandi quantità di Epo, mentre il texano ha ammesso di aver usato sistematicamente per anni quella sostanza. Al fatto che dietro ai ciclisti ci sia anche tanto altro, invece, si può sicuramente credere, ma Armstrong non è solo vittima, è anche carnefice

Ultime notizie su Doping

Tutto su Doping →