Tibetani uccisi per non avere issato la bandiera cinese

I manifestanti sono stati uccisi per essersi rifiutati di esporre la bandiera della Repubblica Popolare Cinese

La politica è fatta di simboli e opporsi ai simboli vuol dire opporsi alla politica. In Cina il gap che separa il significante dal significato è un margine esiguo, tanto da sovrapporsi più frequentemente di quanto si possa credere. È il caso della notizia che arriva oggi, in ritardo di quattro giorni dagli eventi avvenuti martedì nella contea di Driru, nella prefettura di Nagchu, in Tibet, dove quattro persone sono morte per essersi rifiutate di issare la bandiera cinese.

Un paese che in Tibet è considerato come invasore e oppressore. Un mese fa le autorità cinesi hanno emesso un’ordinanza che obbliga i residenti a esporre la bandiera cinese, specialmente all’inizio di ottobre quando si ricorda la nascita della Repubblica Popolare.

L’ordinanza ha subito scatenato le proteste dei residenti e nonostante le pressioni delle autorità e delle forze di polizia, gli abitanti si sono rifiutati di issare la bandiera e hanno iniziato a manifestare. I primi scontri fra manifestanti e polizia sono avvenuti domenica 6 ottobre quando sono stati esplosi colpi di arma da fuoco con circa 60 ferimenti. Martedì una nuova ondata di proteste è stata contrastata con altri spari, ma stavolta a terra sono rimasti quattro tibetani: tre di loro provenienti dal villaggio di Yangthang, un altro da quello di Tinring.

In seguito alle proteste il governo cinese ha inviato nella regione migliaia di agenti e paramilitari con l’obiettivo di controllare l’area. Sono stati operati centinaia di arresti e sequestrati i telefonini. Dal 2011 a oggi sono ben 121 i tibetani (103 uomini, 19 donne e ben 24 minori di 18 anni) che si sono dati fuoco in nome della libertà del Tibet e per invocare il ritorno del Dalai Lama.

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