Il premier libico Ali Zeidan: “A rapirmi è stato un gruppo politico”

Parla a France24 il primo ministro libico, vittima di un sequestro lampo: “Vogliono destituire il mio governo”

Intervistato dalla tv francese France24, che gli ha rivolto domande sul sequestro lampo cui è stato vittima giovedì, il primo ministro libico Ali Zeidan ha accusato i sequestratori di avere un chiaro disegno politico che mira a danneggiare il suo governo.

Già ieri il primo ministro, rientrato scortato nel palazzo del governo, aveva accusato i sequestratori di aver preteso da lui le dimissioni in cambio della liberazione: tornando sull’argomento, questa mattina France 24 pubblica un’interessante intervista, nella quale il premier libico affonda ulteriormente la lama, pur senza fare (per il momento) nomi e cognomi dei “mandanti” dei sequestratori.

Secondo alcuni testimoni la prigionia di Zeidan si è tenuta in una caserma della polizia a sud di Tripoli: i sequestratori avrebbero rilasciato il primo ministro dopo essere stati circondati dalla popolazione della zona, che aveva circondato l’edificio fucili in mano:

“La responsabilità è di un partito politico che vuole destabilizzare l’attuale governo per farlo cadere con ogni mezzo: l’ho capito parlando con i miei rapitori. Nei prossimi giorni vi darò ulteriori informazioni su chi è questo partito politico che ha organizzato il mio rapimento.”

ha dichiarato Zeidan. Un gruppo di ribelli islamisti aveva inizialmente rivendicato il sequestro, chiedendo la liberazione di Abu Anas al-Libi, catturato il 5 ottobre scorso dalle forze armate americane e sospettato di essere coinvolto negli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998, salvo poi ritrattare la propria rivendicazione.

Secondo l’agenzia stampa Lana anche la Brigata per la lotta alla criminalità, un gruppo di poliziotti ex ribelli, avrebbe in seguito rivendicato il rapimento. I due anni post-insurrezione contro Gheddafi hanno condotto la Libia sull’orlo della catastrofe e nella totale ingovernabilità: da un lato una lotta (politica e militare) tra lo Stato e le innumerevoli milizie tribali che controllano le diverse parti del paese, dall’altro la polizia e l’esercito allo sbando, con le migliaia di arruolamenti di ex combattenti della rivoluzione, più fedeli al loro comandante che al nuovo governo libico.

Dalla morte di Gheddafi il paese è oramai ostaggio delle milizie tribali, armate fino ai denti grazie a quanto piovuto dal cielo nell’ormai lontanissimo 2011, e la rabbia dell’opinione pubblica monta di giorno in giorno, lasciando in un limbo di ingovernabile placidità il paese nordafricano.