La legge Bossi-Fini e il reato di favoreggiamento dell’immigrazione

Due commi in apparente contraddizione tra di loro rischiano di mettere ulteriormente in pericolo le vite dei migranti.

La tragedia di Lampedusa ha riportato al centro del dibattito politico la legge Bossi-Fini, e in particolare la parte che riguarda il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Questo soprattutto dopo la denuncia del sindaco di Lampedusa, che ha raccontato come tre pescherecci non abbiano aiutato i migranti per paura di commettere un reato. È vero che la Bossi-Fini vieta di prestare soccorso ai migranti in difficoltà e di portarli sulle coste italiane?

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci. Su questo punto in particolare la legge è contraddittoria, soggetta a un’eccessiva libertà di interpretazione e nel passato ha anche causato problemi ad alcuni pescatori tunisini, che hanno effettivamente subito un processo per aver salvato 44 naufraghi. Nonostante tutto questo, è importante sottolineare come la contestata e per molti versi detestabile legge che ha modificato il “testo unico sull’immigrazione” non vieti di prestare soccorso. Sottolinearlo con forza è importante, proprio per evitare che si ripeta una situazione in cui i pescherecci o chiunque altro si rifiutino di aiutare i migranti in difficoltà.

Cosa dice la legge? Il comma 2 del Testo Unico a cui la Bossi-Fini ha apportato modifiche dice: “Non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”. Da questo comma si capisce che prestare soccorso non è illegale.

Un comma che è però apparentemente in contraddizione con quello precedente: “Chiunque in violazione delle disposizioni del presente testo unico compie atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato di uno straniero ovvero atti diretti a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa fino a 15.000 euro per ogni persona”.

Il problema è quindi la possibilità di interpretare la legge e i margini di manovra tra il “soccorso” e gli “atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato di uno straniero”. Atti puniti più severamente se vengono compiuti al fine di “trarre profitto anche indiretto”. Ma resta il fatto che la stessa legge parla chiaramente di come non sia vietato prestare soccorso.

Nonostante questo, in passato qualche precedente che possa intimorire chi si trovi nella condizione di aiutare un barcone in avaria o situazioni simili c’è stato: l’8 agosto del 2007 alcuni pescatori tunisini hanno subito un processo per aver salvato 44 naufraghi provenienti dall’Africa che stavano per affogare. Sospettati di essere scafisti, i capitani dei pescherecci subirono un processo lungo quattro anni e si fecero anche 40 giorni di carcere prima di essere assolti. È evidente che, con un eccesso di zelo che non è difficile scambiare per strisciante razzismo, il fatto che questi pescatori fossero tunisini non ha giocato un ruolo secondario. Come non è secondario il fatto che su questa legge bisogna fare chiarezza e che i margini di interpretabilità siano eccessivi. Vale però la pena di ribadirlo: prestare soccorso ai migranti in territorio italiano non è vietato.

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