Prodi: D’Alema non appoggiò la mia candidatura alla Presidenza della Repubblica

Prodi racconta a Friedman come andarono le cose il 19 aprile. Secondo il professore fu D’Alema che non appoggiò la sua salita al Quirinale

Per Romano Prodi l’epilogo della sua candidatura alla presidenza della repubblica non fu una sorpresa, tutto divenne chiaro dopo una telefonata con Massimo D’Alema. A rivelarlo è proprio l’ex leader dell’Ulivo ad Alan Friedman su il Corriere della Sera.

Quel 19 aprile 2013, giornata che segnerà la fine della segreteria di Pierluigi Bersani e aprirà la strada ad un governo di larghe intese, Romani Prodi si trovava a Bamako, capitale del Mali. Alle 7 di mattina legge un sms della sua portavoce, l’onorevole Sandra Zampa, che lo informa della decisione di Bersani di candidarlo al Colle. Decisione accolta da una standing ovation al teatro Capranica di Roma dai deputati del Partito Democratico.

A questo punto Prodi decide di telefonare a Stefano Rodotà, a Franco Marini, a Mario Monti, a Giorgio Napolitano e infine a D’Alema. La telefonata con quest’ultimo, però, non va per il verso giusto. Prodi gli domanda cosa ne pensi del suo nome per il Quirinale e la risposta, riportata dal professore a Friedman, è la seguente:

“Benissimo, tuttavia queste decisioni così importanti dovrebbero essere prese coinvolgendo i massimi dirigenti”

Secondo Prodi, esperto in dalemese, queste parole erano un chiaro veto sul suo nome. Ovviamente D’Alema, per questioni di bon ton, non poteva farne una questione di merito ma di metodo, ma era chiarissimo che non ci sarebbe stato sostegno. A questo punto Prodi ha fatto un’altra telefonata a sua moglie Flavia dicendole: “Flavia vai pure alla tua riunione perché di sicuro Presidente della Repubblica non divento“.

Quindi il sabotaggio dei 101 franchi tiratori, per il professore, è stato l’effetto della presa di posizione di D’Alema e non gli ha provocato nessuno stupore.

D’Alema ha confermato il contenuto della telefonata, ma ha ribadito che la questione del metodo era sostanziale e non un escamotage per imapallinare il professore.
Io penso che il modo come ti hanno candidato è una follia” avrebbe detto a Prodi a telefono. Inoltre ha aggiunto di aver suggerito una strategia al professore, ovvero di far votare in prima battuta scheda bianca e intanto di aprire un confronto con Monti sulla sua candidatura. Prodi, però, non ricorda suggerimenti da parte di D’Alema, ma solo il suo niet.

Oggi Prodi ha attribuito a D’Alema, già indicato come uno dei responsabili della caduta del governo dell’Ulivo, la sua mancata elezione a Presidente della Repubblica. Se a questo si somma l’accusa del professore rivolta a Veltroni nel 2009 di aver fatto cadere il governo dell’Unione, allora non si potrà non ravvisare come i due protagonisti della sinistra italiana degli ultimi vent’anni abbiano praticato un narcisismo autolesionistico e pernicioso. Sono riusciti ad affossare tre volte un leader molto stimato in ambito europeo, che ha battuto Berlusconi alle urne per ben due volte.

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