Crisi di governo. Quando si dimisero 5 ministri del governo Andreotti

Era il 1990. Le dimissioni non portarono alla crisi, e Andreotti incassò comunque una nuova fiducia

di guido

La storia repubblicana italiana, soprattutto nella Prima Repubblica, è stata abbastanza turbinosa da portare esempi di qualsiasi tipo: quando si cerca una definizione per un nuovo tipo di governo – tecnico, di scopo, balneare – c’è sempre un’esperienza simile a cui fare riferimento. E anche le crisi di governo seguono spesso dei percorsi che la storia politica più o meno recente ha già visto. È così anche per la crisi del governo Letta, causata dalle dimissioni di 5 ministri Pdl.

Non è infatti la prima volta che dei ministri di una certa area si dimettono in blocco: è successo per esempio al governo Ciampi nel 1993, quando il voto segreto della Camera salvò Bettino Craxi dall’autorizzazione a procedere, e i ministri Pds si dimisero. Il governo Ciampi aveva giurato ma non era ancora stata votata la fiducia, che comunque ottenne sostituendo i dimissionari. Ma un esempio ancora più calzante risale al 1990, e guarda caso era in qualche modo coinvolto Berlusconi, ancora lontano dalla discesa in campo.

Il 27 luglio 1990, con il sesto governo Andreotti in carica da un anno, il Parlamento doveva deliberare sulla legge Mammì, la legge sul sistema radiotelevisivo che di fatto permetteva la trasmissione (anche in diretta) alle emittenti private, e che quindi regolarizzava una volta per tutte la posizione delle reti di Silvio Berlusconi. La sinistra Dc era contraria, ma il Psi di Craxi si impuntò e minacciò di far cadere il governo. Quel giorno si decise di porre la fiducia sulla legge Mammì.

I 5 ministri della sinistra Dc che facevano parte del governo – Mino Martinazzoli, Riccardo Misasi, Sergio Mattarella, Calogero Mannino e Carlo Fracanzani – presentarono le dimissioni irrevocabili in disaccordo con la decisione del governo. Poteva esserci una crisi, si sarebbe potuti arrivare a una caduta del governo, ma a capo dell’esecutivo c’era Giulio Andreotti, quello del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Andreotti accettò le dimissioni, incassò il voto di fiducia del Parlamento due giorni dopo e senza bisogno di aprire la crisi sostituì i ministri dimissionari, restando al governo per un altro anno (e poi per un altro ancora con il settimo e ultimo governo andreottiano). Letta, che nella Dc di Andreotti è cresciuto, questo precedente lo conosce bene e chissà se ha intenzione di farne tesoro.

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