Teodorin Obiang negozia un nuovo patteggiamento in Francia

Il vicepresidente della Guinea Equatoriale, e futuro presidente, nei guai con il fisco francese: pronto un nuovo colpo di spugna. Imprenditori spagnoli denunciano commissioni illegali

E’ proprio il caso di dire “ci risiamo”: Teodorin Obiang Nguema Mangue, 45enne rampollo di casa Obiang, la più longeva dittatura d’Africa che stringe nella morsa di un regime sanguinario un piccolo ma ricchissimo paese subsahariano, secondo vicepresidente della Guinea Equatoriale (carica creata apposta per lui e non prevista dalla Costituzione nguemista), è accusato in Francia di riciclaggio di denaro e corruzione.

La Corte di Parigi contesta al dissennato dittatore (o vice-dittatore) quello che in lingua anglosassone viene definita “cleptocrazia”: aver saccheggiato le risorse del proprio paese per mantenere un altissimo tenore di vita a discapito dell’intera popolazione equatoguineana; nel piccolo paese africano infatti, che conta poco meno di 700mila abitanti, il reddito pro-capite ammonta a 26.487€ l’anno (dati FMI del 2012, oggi ammonta a poco più di 35.000€ l’anno secondo El Pais) anche se circa il 95% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno.

Come per il pollo di Trilussa, anche qui la statistica mostra crudelmente numeri che non corrispondono alla realtà: nel 2012 la magistratura francese sequestrò un immobile al civico 42 di Avenue Foch a Parigi, 5000 metri quadri che la dittatura nguemista affermò essere l’ambasciata equatoguineana in Francia (al netto della proprietà dell’immobile, una società che fa capo proprio a Teodorin Obiang), una collezione di auto di lusso (si tratta di Ferrari, Bugatti, Rolls Royce, Maserati, già vendute all’asta per 3 milioni di euro; qui potete vedere il video del sequestro), quadri di Degas e Renoir. Un sequestro dal valore di oltre 110 milioni di euro che fece molto scalpore anche per la spettacolarità con la quale la polizia e i media francesi trattarono la vicenda.

Sono 10 i principali accusatori del secondo vicepresidente Teodorin Obiang: i fatti risalgono all’estate del 2009, quando un imprenditore edile galiziano si incontrò a Madrid con il politico africano ed il suo staff. All’imprenditore venne chiesta una commissione di 200mila euro per fare affari con la famiglia Obiang in Guinea Equatoriale (in ballo c’erano gli stadi di Bata, in parte realizzato con la struttura del vecchio e dismesso Delle Alpi di Torino, e Malabo) e fu chiaramente minacciato di ritorsioni qualora non avesse pagato.

Germán Pedro Tomo, altro imprenditore spagnolo residente a Madrid e con imprese in Guinea, vive sotto scorta dal 2005 dopo che due sicari colombiani (il mandante è ancora ignoto) tentarono di fargli la pelle: ciò che cominciava come una grande opportunità di lavoro per molti imprenditori europei si trasformava inevitabilmente in un incubo fatto di corruzione, intimidazioni, violenze. In molti, ridotti in miseria dal partner africano, si sono visti persino requisire il passaporto dalle autorità locali, con la conseguente impossibilità di lasciare la Guinea Equatoriale qualora non avessero ceduto l’intera azienda (e tutti i suoi beni) al socio Teodorin Obiang.

L’imprenditore pontino Roberto Berardi, ex socio di Teodorin Obiang, si trova in carcere per la stessa ragione (e forse qualcuna di più): aver preteso di trattare alla pari con il suo socio una volta scoperti ammanchi milionari dalle casse della società che avevano costituito insieme, e che vanta ancora 6 milioni di euro di crediti dal Ministero della Difesa di Malabo. Berardi, in carcere da 25 mesi di cui 13 passati in isolamento, vive sulla sua viva carne un dramma in minima parte già vissuto da altri.

Oggi Parigi chiede il conto a Obiang, che sempra tuttavia disposto a trattare per l’ennesimo colpo di spugna: come nella causa da 300 milioni di dollari contro il fisco americano (in quel caso Teodorin patteggiò un risarcimento di 30 milioni di dollari e la restituzione di tutti i beni negli Stati Uniti, tra cui una villa da 8 milioni a Malibù, uno yacht di lusso e un jet privato), anche questa volta la giustizia internazionale sembra voglia essere clemente con il rampollo nguemista.

I giudici parigini Roger Loire e Rene Grouman sembrano infatti quasi giunti ad un accordo con i legali di Obiang: si tratta di un patteggiamento, i cui confini sono ancora sconosciuti, che annullerebbe anche il mandato di cattura internazionale spiccato a carico del rampollo africano dall’Interpol.

“Vogliono evitare lo spettacolo di un processo lungo e che può terminare con una condanna. E’ meglio patteggiare ed accettare una piccola pena e chiudere subito la partita”

ha rivelato una fonte anonima al quotidiano spagnolo El Pais.

In vista del prossimo passaggio di consegne tra padre e figlio per la guida della Guinea Equatoriale la dittatura nguemista sta tentando in ogni modo di ripulire la propria immagine internazionale da ogni macchia che possa metterne a rischio la tenuta e gli affari: la Coppa d’Africa non è servita (le immagini della violenta repressione della Polizia al termine della sconfitta in semifinale hanno fatto il giro del mondo) e il paese più ricco di petrolio e gas naturale di tutta l’Africa subsahariana fa gola a molti. Il timore per la famiglia presidenziale è che la giustizia internazionale possa agevolare in qualche modo la fragile opposizione interna al paese.

Tra i membri della famiglia più a rischio ci sarebbe la first lady Constancia Mangue (non protetta da immunità diplomatica), moglie del Presidente Teodoro e madre del secondo vicepresidente Teodorin, a capo della più grande impresa del paese, la ABC: la stessa impresa che, lo dicono le carte americane, ricicla da anni fuori dalla Guinea i proventi della corruzione e le commesse milionarie che la dittatura nguemista estorce agli imprenditori ed alle imprese straniere nel paese. Nel novembre scorso Francisca Obiang (figlia della coppia presidenziale e Presidente della Camera di Commercio) ha annunciato l’insolvenza del governo di Malabo proprio con le imprese straniere.

Nonostante questo sembra che la sorte dell’imprenditore Roberto Berardi sia destinata all’incertezza, fino alla fine: nonostante il patteggiamento americano e la maxi-inchiesta parigina sull’ex socio Teodorin Obiang, la magistratura italiana sembra non essersi accorta delle due denunce presentate dall’onorevole Luigi Manconi e dalla famiglia Berardi alla procura di Roma, l’immobilismo delle toghe romane fa il suo corso coadiuvato dai “gatti di marmo” che lavorano qualche chilometro più a nord, al palazzo della Farnesina, dove la soluzione al caso Berardi sembra essere quella di attendere la prossima mossa della Guinea Equatoriale: prorogare il carcere o liberare l’imprenditore il prossimo 17 maggio?

Ecco, in quella data forse sapremo anche cosa intende fare la nostra malandata diplomazia.

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