Telecom, Alitalia & C, il fallimento dei “capitani coraggiosi”, il fallimento della politica

L’Italia, come dimostra la lunga fila dei brand Made in Italy finiti in mano straniera e di cui Telecom e Alitalia sono solo l’ultimo atto di una commedia fra farsa e tragedia, ha anche il non invidiabile record del fallimento dei “capitani coraggiosi”, capaci di mettersi in tasca montagne di soldi e di creare montagne di debiti.

Spesso fiore all’occhiello dei partiti e comunque imposti dalla politica, questi “supermanager” saltati da una poltrona dorata all’altra, nella logica del del “ghe pensi mi” hanno desertificato il tessuto industriale e manufatturiero (e non solo) italiano svendendo per un tozzo di pane i nostri gioielli di famiglia.

Rispetto all’affaire Telecom, un’operazione dai contorni inquietanti, il premier Letta ieri negli Usa ha “toppato”, con una dichiarazione in cui di fatto sembra lavarsene le mani perché Telecom è una società privata e sta sul libero mercato. Il governo ha invece gli strumenti per intervenire: bisogna usare bene quegli strumenti e soprattutto occorre la volontà politica per agire – da subito! – negli interessi generali del Paese.

Letta vola da una parte all’altra del mondo – Europa, Canada, Usa – per promuovere l’Italia, per cercare investitori convincendoli della bontà strutturale della nostra economia e della stabilità politica, quando sono gli imprenditori italiani che fuggono all’estero, quando pezzi della nostra industria si dissolve, come dimostra anche l’ultimo paradossalo esempio dell’Ilva di Taranto.

Su Telecom ci sono risvolti ancor più pesanti. La Cgil lancia l’allarme: “E’ la prima volta che un asset strategico per il futuro del Paese è acquisito da un’impresa straniera, senza che ci sia stata una preventiva discussione pubblica sulle ricadute e sugli interessi del Paese e, in assenza di un deciso cambio di passo, quanto avvenuto è destinato a ripetersi fin dalle prossime settimane”.

La nota prosegue :“siamo in presenza di un’operazione i cui contorni sono inquietanti perché i problemi di sottocapitalizzazione di Telecom e l’ingente debito che ne paralizza le capacità d’investimento sono tutt’altro che risolti, anzi potrebbero essere aggravati dalla situazione finanziaria di Telefonica a sua volta caratterizzata da un elevatissimo tasso di indebitamento. E’ evidente, che se i contorni di un possibile piano industriale fossero la vendita di Tim in Brasile e Argentina, riorganizzando l’azienda attraverso la cessione di assets strategici quali le attività di customer e quelle dell’informatica per poi procedere alla fusione per incorporazione di Telefonica e Telecom Italia saremmo in presenza di un’operazione che fa uscire l’Italia dal settore delle telecomunicazioni, togliendo al Paese la possibilità di indirizzare gli investimenti e potenziare la rete, condizioni imprescindibili per il rilancio dell’economia. In tal caso le ricadute occupazionali sull’attuale perimetro di Telecom Italia potrebbero essere incalcolabili”.

La situazione determinatasi, continua la nota, “conseguenza diretta degli errori commessi durante la privatizzazione le cui conseguenze negative hanno portato Telecom Italia a passare da 5° operatore mondiale di telefonia con 120.000 dipendenti a un’azienda sottocapitalizzata e indebitata in misura spropositata, deve vedere una pronta reazione al fine di evitare i rischi per il Paese e ridare un quadro di certezze e di trasparenza nei confronti dei 46.000 dipendenti diretti e delle altre decine di migliaia di lavoratori indiretti che dipendono dall’azienda stessa”.

Non c’è nulla da aggiungere. E Pdl e Pd si accapigliano per non perdere un euro della montagna del finanziamento pubblico ai partiti.