Pd Assemblea, the day after: foglie morte frutto delle radici malate?

Nessun partito come il PD ha la capacità di incartarsi da solo e l’Assemblea nazionale – organismo correntizio, pletorico, ingovernabile, inutile – non è altro che l’ennesima conferma, con la solita e stantia lingua di veleni del giorno dopo che riaccendono i mai sopiti fuochi di guerra intestina.

Ce ne fosse uno, fra i big e i sotto big del pidì, interessato alla realtà del Paese “in carne ed ossa” dove un dato fra i mille dati allarmanti sulla crisi dimostrano il fossato fra i partiti e gli italiani: sei under 35 su dieci pronti a lasciare l’Italia perchè “all’estero si trova lavoro e si guadagna il doppio” e perché “la politica non ti mangia”.

L’Assemblea dei Democrat ha rigirato l’aria fritta, apparentemente su bizantinismi perditempo, ma fondamentali per gli “affar loro”, cioè un avvilupparsi nel ginepraio di regole, statuti, primarie, congressi, con il solo obiettivo di tenersi stretto il potere che si ha nel partito e nelle istituzioni, facendo terra bruciata per chiudere agli avversari interni ogni porta verso cadreghe e cadreghini di ogni tipo e livello.

I contenuti ideali, politici, programmatici stanno nei resoconti polverosi dei congressi dimenticati della DC e del PCI e oggi, al massimo, va in scena il minuetto simil berlusconiano rivisitato al ribasso di un Matteo Renzi che lancia slogan rimasticati in attesa dell’applausino, roba da giganti rispetto al pistolotto simil sovietico dello stralunato e stanco Gugliemo Epifani.

Il “rottamatore” è fin troppo preoccupato di smentire l’accusa di essere un facile battutista, per cui adesso inzeppa i propri interventi di dati, cifre, statistiche, citazioni di misure concrete di governo nazionale e locale. Prova ad alzare il tiro: “Fino ad oggi c’è stata un’attenzione spasmodica su regole, procedure” per il congresso del Pd, “che sottintende una visione tutta basata su quanto dura il governo, chi fa questo o quello, e anche su legittime aspirazioni personali non inserite però in una scelta strategica”. Ma la domanda s’impone: da che pulpito?
A che gioco giocano, questi? E da qui che passa la nuova Italia?

Non scherziamo. Qui passa la minestra riscaldata, la stessa sbobba propinata dall’altra cucina rancida, quella riproposta nel videomessaggio del Cav. Pessimismo? La presa d’atto dei fatti perché, come ammoniva Lenin, “la realtà è sempre rivoluzionaria”.

Questa incapacità di tenuta interna, questo finire preda di dinamiche apparentemente irrazionali e autolesioniste, sta diventando una costante inquietante. Provando a fare un estremo tentativo di comprendere i contenuti dei due contendenti Renzi e CUperlo, ci soccorre l’ex Pci Peppino Caldarola.

“La differenza di analisi fra i due – scrive l’ex direttore de l’Unità – è molto netta: per Cuperlo ciò che nell’Occidente sta andando in crisi non è astrattamente “la politica” bensì il modello politico, economico e culturale della destra, il che spalanca le strade a una rinnovata e ineludibile proposta di sinistra che torni ad affermare il primato dell’eguaglianza. Per Renzi invece la crisi è del tutto trasversale, investe i modelli della destra liberista come quelli tentati dalla sinistra, a cominciare dalla sinistra italiana negli anni di governo e di opposizione dell’Ulivo. Prevedibilmente qui l’accento è più sul concetto di merito che su quello di eguaglianza, ma Renzi ha preso da tempo le distanze dai topoi del liberismo progressista”.

Un po’ oltre i bla-bla? Forse, ma sempre bla-bla. Il rischio è che il Pd abbia radici malate. Da lì, le foglie morte.