Decadenza Berlusconi: quando il voto segreto salvò Bettino Craxi

Era il 1993, e l’autorizzazione a procedere contro il leader socialista si trasformò nella resa dei conti

di guido

Mentre ci si avvicina al giorno della verità, al voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi da senatore – un’eventualità che ancora non si sa se comporterà la caduta del governo Letta, ma sicuramente toglierà lo scudo di parlamentare al Cavaliere, rendendo possibile anche un suo arresto – si fanno sempre più calzanti i paragoni con quello accadde il 29 aprile 1993, il giorno in cui la Prima Repubblica fu chiamata a votare su se stessa, e finì.

Quel giorno la Camera votava l’autorizzazione a procedere contro il segretario socialista Bettino Craxi, che dall’inizio dell’inchiesta su Mani Pulite era stato oggetto una dozzina di avvisi di garanzia per tangenti. Sull’onda dell’indignazione popolare, con i cittadini a manifestare fuori dai palazzi del potere e ansiosi di vedere scattare le manette ai polsi del leader socialista, la Dc si schierò a favore dell’autorizzazione a procedere, così come – ma era ovvio – l’Msi e la Lega Nord, i partiti che più di tutti avevano cavalcato la protesta. A difendere Craxi restavano ovviamente il Psi e i settori garantisti degli altri partiti, ma teoricamente la sorte dell’ex premier era segnata.

Eppure quando l’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano lesse il risultato dello scrutinio a voto segreto, sull’aula di Montecitorio calò lo sconcerto: “Favorevoli 273, contrari 291. La Camera respinge”. Il voto segreto aveva salvato Craxi, che peraltro prima dello scrutinio aveva tenuto il celebre discorso della chiamata a correi di tutti gli esponenti politici, dicendo in pratica che quello di cui era accusato lui era la normalità tra i partiti dell’arco costituzionale. Un discorso che, secondo alcuni, contribuì a orientare il voto di diversi franchi tiratori Dc a favore del leader socialista. Ma secondo altri, e questa è un’altra somiglianza con la situazione odierna, a votare a favore di Craxi furono proprio Lega Nord e Msi, per mettere in difficoltà la Dc – proprio come oggi i M5S è accusato di approfittare del voto segreto per salvare Berlusconi e dare la colpa al Pd.

E infatti Msi e Lega furono i partiti che cavalcarono più di tutti il malcontento seguito a quel voto: i leghisti, capitanati dal futuro sindaco di Milano Formentini e dalla futura presidente della Camera Irene Pivetti interruppero a più riprese i lavori in aula al grido “ladri, ladri”, mentre i missini circondavano Montecitorio e, più tardi, si sarebbero resi protagonisti del lancio di monetine a Craxi.

Conseguenze ce ne furono anche per il governo Ciampi, da poco nominato e che non aveva ancora ottenuto la fiducia. Cinque ministri di centrosinistra (tra cui i primi post-comunisti nominati al governo dal 1947) si dimisero subito dopo il giuramento: si trattava dei Pds Augusto Barbera, Vincenzo Visco e Luigi Berlinguer, del verde Francesco Rutelli e del repubblicano Giorgio La Malfa. Furono tutti rimpiazzati al momento del voto di fiducia e il governo andò avanti per un anno.

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