No Tav: La polemica tra Erri De Luca e Guido Crainz sul sabotaggio

Oggi, su Il Manifesto, De Luca risponde all’articolo sul sabotaggio di Crainz, apparso qualche giorno fa su Repubblica

Oggi Erri De Luca ha risposto su Il Manifesto allo storico Guido Crainz, che qualche giorno fa aveva criticato lo scrittore sul tema del sabotaggio. Ricostruiamo insieme la polemica che li ha visti coinvolti, senza privarci della possibilità di muovere qualche rilievo critico.

Crainz, giovedì, su Repubblica, ha proposto una sua riflessione riguardo alle dichiarazioni di De Luca sulla Tav. Questo si era detto favorevole a forme di sabotaggio per “inceppare” la costruzione dell’alta velocità in Val di Susa, perché, a suo avviso, l’opera è inquinante e decisa senza consultare la popolazione locale. Tale presa di posizione ha indispettito la Lft, società che si occupa della realizzazione della Tav Torino-Lione, che ha minacciato di denunciare De Luca.

Crainz, nel suo intervento, esordisce tracciando una linea di distinzione tra forme lecite e illecite di protesta e ascrive alla prima categoria solo quelle pacifiche e non violente. L’articolo prosegue indicando il sabotaggio, che sarebbe da considerare forma di lotta illecita, come sinonimo di “debolezza o addirittura impossibilità di esistere del movimento collettivo“.

Andando avanti nella lettura si comprende che quella che doveva essere una risposta a De Luca è in realtà un “attacco polemico” a Toni Negri. Crainz, infatti, accusa De Luca, senza nominarlo, di dannuzianesimo perché le sue dichiarazioni sarebbero affini ai toni de Il dominio e il sabotaggio del Cattivo maestro. Al di là del dannuzianesimo negriano, tutto da dimostrare, Crainz concentra in poche righe la storia degli anni ’70, dalle azioni di Autonomia operaia al giacobinismo leninista delle brigate Rosse, fino agli “atti di guerra” dei cortei, senza un minimo di analisi di contesto, ma solo per dimostrare che la violenza non paga, perché frutto della disperazione di chi non sa immaginarsi un futuro.
Scrive Crainz:

È sufficiente evocare quel clima per capire quanto ne siamo abissalmente lontani ma in questa nostra tragedia è iscritto anche l’antidoto più forte, solidamente basato su due cardini. In primo luogo la capacità di alimentare speranza, di contrapporre alle possibili derive la forza e la fiducia nel futuro delle pacifiche mobilitazioni collettive. E al tempo stesso il rispetto intransigente della democrazia, la fermezza nel denunciare ogni abuso anche minimo che possa incrinare la fiducia nello Stato democratico

Lo storico, dunque, non interviene in merito al problema della Tav, non accenna minimamente alla crisi della democrazia rappresentativa e alla necessità di riaprire a livello procedurale i meccanismi decisionali, ma fa appello alla “capacità di alimentare speranza”, contrapponendola ai plumbei e disperati anni ’70.

Ci permettiamo di rilevare che disperazione e speranza sono delle categorie improprie se applicate da uno storico. Forse Crainz non si avvede del fatto che possono diventare sinonimi di paralisi operativa. Finiscono anzi per assumere lo stesso significato che lui attribuisce al sabotaggio: debolezza o addirittura impossibilità di esistere del movimento collettivo. La speranza, virtù teologale, non siamo così certi che serva in politica: non sembra essere componente decisiva per agire e per produrre dei cambiamenti. Inoltre non è detto che sia antidoto alla violenza.

Sul tema della violenza poi sono molti gli interrogativi che si potrebbero rivolgere allo storico: Non è forse violenza militarizzare una valle? Non è forse violenza prendere decisioni dall’alto senza consultare la popolazione valsusina, tenendo, però, molto presente gli interessi di banche e comitati d’affari? Non è forse violenza non prendere in considerazione progetti alternativi di riqualificazione della valle e il parere di esperti che ritengono l’alta velocità dannosa e inutile?

De Luca oggi ha risposto a Crainz sul tema del sabotaggio, che a suo avviso sarebbe stato oggetto delle mistificazioni dello storico. Scrive il romanziere e poeta:

Uno storico ufficiale, stipendiato per trasmettere storia, che trascura i fatti a beneficio di una tesi, commette omissione in atti di suo ufficio. Stabilito questo, non sono uno storico ma ho buona memoria

Per De Luca, operaio e militante di Lotta Continua negli anni ’70, il sabotaggio della produzione fu uno strumento per rafforzare enormemente il potere contrattuale. Lo sciopero a gatto selvaggio, che interrompeva brevemente e a caso le lavorazioni di piccole unità di produzione, era una forma di lotta utile perché costava poco agli operai e molto al padronato.

Le pratiche di sabotaggio hanno provocato, secondo De Luca, la grande ondata di lotte operaie e di massa che si sono rivelate vincenti per acquisire diritti. In Italia ci fu:

il più grande riscatto della manodopera industriale in tutto l’occidente. Quelle lotte massicce per quantità e compattezza produssero contratti di lavoro favorevoli, imponendo aumenti in paga base per tutti, bonifiche di ambienti lavorativi malsani come i reparti di verniciatura. Di recente scioperi a gatto selvaggio sono stati indetti e praticati dai sindacati metalmeccanici degli stabilimenti Indesit di Meleano e Albacina. Basta un po’ di memoria di testimone per mettere la parola sabotaggio dentro la più certa tradizione di lotta operaia. Uno storico che si permette di ignorarla è un rinnegato della sua professione

Lo scrittore ha senz’altro messo in luce le carenze argomentative di Crainz, anche se sarebbe stato opportuno allargare l’analisi al presente. Il sabotaggio di un cantiere dell’alta velocità oggi è molto più complesso rispetto a quello praticato nelle fabbriche degli anni ’70, ove era ancora vigente un sistema fordista di produzione.

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